
Applausi per Giorgia
Meloni, la Borsa ringrazia. Il governo più stabile d’Europa e quei numeri inattaccabili
Successi, ma soprattutto risultati: l'esecutivo di centrodestra ha riportato l’Italia sulla mappa dell’affidabilità internazionale. Tutti lo riconoscono, anche l'Economist
La Borsa italiana ai massimi dal 2008, lo spread ai minimi dal 2021, l’inflazione sotto controllo, il deficit in calo, un milione di posti di lavoro in più. Ma soprattutto: la tenuta. Il governo Meloni è il più stabile d’Europa. E nei mille giorni a Palazzo Chigi – tanto è il tempo trascorso dal 22 ottobre 2022 – ha saputo fare della solidità un capitale politico, non una zavorra burocratica. Mentre altrove – da Parigi a Berlino – gli esecutivi franano sotto il peso di maggioranze fragili e piazze in rivolta, l’Italia si scopre un Paese affidabile. E per una volta, non è uno slogan.
La Borsa corre, nonostante tutto
L’indice Ftse Mib, in tre anni, è cresciuto di quasi l’80%. Oggi oscilla attorno ai 39.000 punti. Un dato che riporta Piazza Affari ai livelli precedenti alla grande crisi del 2008. Certo, l’andamento della Borsa non può essere attribuito in via diretta a un governo. Ma è altrettanto vero che gli investitori, i mercati e le agenzie di rating non scommettono mai sul caos. E il centrodestra mantiene il timone ben saldo, cosa che nella storia repubblicana solo tre esecutivi sono riusciti a mantenere. Cosa ancor più rara nell’Ue di oggi, si guardi alla Francia, siamo al quarto esecutivo in due anni.
Inflazione sotto controllo, spread giù
Nel 2022 l’inflazione annua era all’11,8%. A giugno 2025 si è attestata all’1,7%. Il calo non è frutto del caso. È il riflesso di un rigore sui conti pubblici che ha convinto anche le società di valutazione del credito, come riporta La Verità. Lo scorso aprile, S&P ha migliorato il rating dell’Italia da BBB a BBB+, con outlook stabile. Lo spread, termometro della fiducia sui nostri titoli di Stato, è sceso da 236 punti base (alla data dell’insediamento del governo) a 87. Un crollo che fotografa meglio di qualunque editoriale il cambio di percezione internazionale sul Belpaese.
Crescita frenata, ma conti più in ordine
Nel 2022 il Pil cresceva del 2,4%. Oggi il ritmo è più lento: +0,7% annuo. Un rallentamento, certo, ma non inatteso dopo il boom post-Covid. Eppure, nonostante la frenata, il valore assoluto del prodotto interno lordo è passato da 2.100 a 2.300 miliardi. In parallelo, il debito pubblico è salito da 2.771 a 3.063 miliardi. Una crescita da leggere in controluce, perché ciò che conta – nei vincoli europei – non è tanto il debito in sé, ma il suo rapporto con il Pil. E qui, la vera notizia: il disavanzo è sceso dall’8,5% al 3,4%. L’obiettivo dichiarato dell’esecutivo è portare il saldo al 3,3% nel 2025 e al 2,8% nel 2026. Non sarà sufficiente a evitare la procedura d’infrazione di Bruxelles, ma è la prima volta, da molti anni, che si vede una traiettoria chiara.
L’Italia nella top 5 dell’Economist
Lo ha certificato anche The Economist. L’Italia è al quinto posto tra le economie migliori, su 37 Paesi presi in esame. Il settimanale britannico ha valutato cinque indicatori: Pil, inflazione di fondo, mercato azionario, disoccupazione e deficit primario. Un confronto che sorprende perché sul podio, esclusa la Danimarca, vi sono tutti i famigerati Piigs: Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna. I “cattivi” della classe, visti per anni come spendaccioni. Ma che oggi, invece, mostrano numeri più solidi di quelli dei frugali del Nord.
Lavoro, occupazione femminile e stipendi
Durante il suo intervento al Meeting di Rimini, Giorgia Meloni ha dichiarato: «Sotto il mio governo si è raggiunto il record di occupazione femminile». È vero. A giugno 2025, secondo Istat, il tasso ha toccato il 52,4%. Ma non si tratta solo di quote rosa. «Sono stati creati oltre un milione di nuovi posti di lavoro, la gran parte dei quali a tempo indeterminato», ha aggiunto la premier. E anche questo è confermato dai dati ufficiali. Oggi in Italia ci sono 24,3 milioni di occupati. Gli occupati stabili sono cresciuti di 1,3 milioni in 34 mesi. È l’effetto combinato di un mercato del lavoro meno precario e di una fiducia generalizzata, che ha convinto le imprese ad assumere.