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DeathTok dolore sui social

Coraggio e tragedia

DeathTok: il teatro del dolore nella civiltà dell’intrattenimento. La sofferenza è virale

Quando la malattia diventa contenuto: confessioni estreme della generazione Z davanti allo schermo, tra ironia e agonia, tra sorriso e lacrime

Società - di Alice Carrazza - 31 Agosto 2025 alle 07:00

La piattaforma che più incarna l’estetica levigata della contemporaneità, TikTok, è diventata, per una parte della generazione Z, un confessionale senza filtri, un archivio di dolori e di inquietudini. Questo fenomeno ha un nome, come ogni malattia sociale che si rispetti: DeathTok. Ne ha parlato per primo il The Spectator, ma ormai non è più un’anomalia anglosassone. È qui. È ovunque. E ha un’estetica spietata: da un lato lo schermo luminoso, dall’altro le flebo, l’amputazione, la chemioterapia. Non è solo una contraddizione visiva: è la metafora perfetta di una civiltà che ha espulso la negatività dai suoi codici pubblici, ma l’ha lasciata sgorgare nei recessi individuali, come un tumore inoperabile.

Il trucco della verità: Sophie

Sophie ha diciotto anni, è neozelandese, bellissima. A prima vista sembra un video come tanti: fondotinta, pennello, mascara. Poi, mentre applica il correttore sotto gli occhi, dice: «Ho avuto mal di testa per circa due mesi». Il tono è pacato, non c’è vittimismo. «Poi una sera – era la mia cerimonia di diploma delle superiori – stavo bevendo un po’, cosa che non dovresti fare se hai la mononucleosi, che era quello che tutti pensavamo avessi. Quindi mi aspettavo semplicemente di svegliarmi con i postumi della sbornia».

Invece era un tumore cerebrale, un glioblastoma di grado IV. Intervento d’urgenza, biopsia, chemio. Poi la videocamera, di nuovo. «Cerco di restare positiva e sperare per il meglio». Ha ragione. Ma il 5-7% dei pazienti sopravvive dopo cinque anni. Questo non lo dice lei, lo dicono le statistiche.

Schermo e carne viva

La forza di DeathTok non sta nell’eccezionalità dei casi. Sta nella loro nudità. Sono solo ragazzi o ragazze. Uno schermo, una voce, un corpo che cambia. A volte mutilato. A volte spettinato. A volte sfinito. Ma sempre reale.

«A volte la vita è così strana… Un giorno a caso in estate scopri di avere un cancro maligno», scrive Stefano, italiano stavolta.

Ironia, dolore, algoritmo

Questi particolari creator non sono dilettanti. Sono nativi digitali. Sanno come si gira una scena, come si cattura attenzione, come si parla davanti a una telecamera. Ma dietro la capacità di comunicare c’è un’urgenza più profonda: quella di dire la verità.

Roberto si rade la testa in diretta prima dell’intervento, eppure ci ride su. Tanner, giovane dello Utah, crede nel per sempre con sua moglie. «E se non fosse vero, e questa vita fosse tutto, e io avessi solo perso alla lotteria genetica?».

Le sue foto prima della diagnosi lo ritraggono felice, inconsapevole. Quelle dopo, col viso scavato e il corpo stremato. Eppure lui, ma resta in camera. TikTok è il teatro dove tutto resta, dove nessuno muore davvero: si rimane sospesi in un loop, rivedibili in eterno.

La morte in pixel

Un tempo le tragedie venivano raccontate da altri, attraverso interviste e dichiarazioni ufficiali. Oggi si vogliono raccontare in prima persona, da soli.

Chi filma dice di farlo per liberarsi. Ma quando qualcuno scompare, i contenuti rimangono. Facebook è già un cimitero digitale. TikTok lo sta diventando, ma con l’estetica levigata dell’autonarrazione.

Cosa accade quando non possiamo più dimenticare? Quando ogni angoscia resta congelata in pixel? Tanner, nel suo ultimo video, lo dice: «Ehi, sono io, Tanner. E se state guardando questo video, significa che sono morto».

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di Alice Carrazza - 31 Agosto 2025