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Non era solo una battuta: Draghi spegne i condizionatori in Senato. Il clima in Aula si fa rovente

Lo aveva detto. Ora l’ha fatto: Draghi spegne i condizionatori in Senato e i presenti, tra una sventagliata e l’altra, cominciando a capire cosa significhi davvero essere coinvolti da vicino da una guerra. E quanto centrale sia il tema energetico. Non che il premier non l’abbia fatto capire fin qui. Anche suscitando diffidenza e ilarità quando: su consumi e necessità di risparmi delle fonti e degli approvvigionamenti energetici. Vista la situazione critica, diventata drammatica con il proseguire della guerra russa in Ucraina. E l’ammontare di sanzioni comminate a Mosca, ha reso plasticamente l’idea di come, prima o poi, sarebbe arrivato il momento di scegliere. «Vogliamo il condizionatore d’aria acceso o la pace?». Ecco: il D-day sembra arrivato, almeno al Senato. Il dado è tratto, e come riferisce il sito di Today.it, «oggi non ci sono stati dubbi sul fatto che la scelta sia per la pace, quando il premier è arrivato all’Aula del Senato per la sua informativa e i condizionatori dell’aria erano spenti

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». L’aria, a Palazzo Madama era incandescente. E non solo per una questione climatica forse

Draghi spegne i condizionatori in Senato

Ma tant’è. Proprio come il sindaco della capitale ha abbassato la temperatura dei termosifoni nelle aule scolastiche per ridurre i consumi, anche il premier che ha dettato la linea in Parlamento. La strategia è: arrivare alla pace rinunciando al gas russo e girando intorno al ricatto di Putin. Così, dalla teoria alla pratica, Draghi ha dato seguito a propositi politici e dichiarazioni ufficiali registrando sul minimo la manopola del sistema centralizzato dell’aria condizionata dell’intero edificio. E una piccola guerra del condizionatore si scatena improvvisamente anche nell’aula del Palazzo senatoriale dove, a un certo punto, è stato tutto uno sventolare nervoso di ventagli e fogli di carta. In tanti, forse anche di più, hanno cominciato ad agitarsi nel tentativo di smuovere anche un esile refolo d’aria sventolando libri e schemi di proposte legislative. I più rassegnati tra i senatori, infine, si sono limitati a poggiare una bottiglietta d’acqua ghiacciata sulla fronte imperlata di sudore…

In Aula si rimedia come si può ma si soffoca dal caldo

Dunque, al Senato va in scena un anticipazione coreografata di quanto Draghi ha teoricamente profetizzato e riassunto nella famosa affermazione di qualche settimana fa. Quella che indicava nella salomonica scelta tra le opzioni in campo: pace-condizionatori la strategia per una risoluzione del conflitto tra Russia e Ucraina. Il Paese si dovrà preparare a estati più calde e inverni più freddi, postulava il dogma draghiano. Dunque, perché non cominciare dal Palazzo? «Prima facevo clic e arrivava il freddo – riferisce il segretario d’aula berlusconiano Francesco Giro

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e riporta Today.it –. Adesso invece faccio clic e il pinguino non risponde. Hanno disattivato i condizionatori d’aria aggiuntivi nei nostri studi di senatori. E il mio – che è sull’altana dell’edificio – somiglia a una fornace»…

La faticosa strada per la pace passa per percorsi infuocati…

È il costo della guerra. Il prezzo del gas. L’incognita di una realtà in corso che ha già decretato un primo verdetto: l’Italia condanna l’invasione russa in Ucraina. Sostiene, aziona e rilancia le sanzioni per isolare Mosca. Da cui dipende però per le forniture di gas, carbone e petrolio. Pertanto, come noto quando le tensioni aumentano l’asticella delle compravendite si alza inevitabilmente: le materie prime costano di più. E l’intero sistema ne risente: dalle stangate inferte ai cittadini con il caro bollette e gli aumenti dei prezzi dei carburanti alla pompa. Fino ai condizionatori dei senatori. Il conflitto – che sembrava tanto lontano – è decisamente entrato nelle nostre case private e istituzionali.

Draghi lo aveva detto: volete la pace o i condizionatori? E a chi tocca…

«La guerra – ha detto Draghi – ha messo in luce le fragilità della politica energetica degli ultimi anni e reso ancora più evidente la necessità di diversificare i nostri fornitori. Ci siamo mossi rapidamente per ridurre la quota di gas naturale che importiamo dalla Russia. Che nel 2021 è stato circa il 40% del totale». La strada però è lunga e tutta in salita: «Le stime del Governo – ha riferito il premier – indicano che potremo renderci indipendenti dal gas russo nel secondo semestre del 2024». Perciò, sotto coi ventagli: e a chi tocca…

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