Equo compenso, Giovani avvocati: «La legge va approvata, incomprensibile chi dice il contrario»

16 Mag 2022 18:04 - di Annamaria Gravino
equo compenso

«Chiediamo a tutti i parlamentari di ritirare le proposte emendative, perché il rischio che la legge eventualmente modificata al Senato possa poi ritrovarsi nel pantano della fine della legislatura è troppo alto». È il presidente dell’Aiga, l’Associazione italiana giovani avvocati, Francesco Paolo Perchinunno, a lanciare l’appello per evitare che la legge Meloni sull’equo compenso finisca affossata dalla mole di emendamenti presentati a Palazzo Madama. La legge, in discussione in queste ore in Commissione Giustizia, reintroduce il principio di un compenso minimo inderogabile per i professionisti incaricati dai grandi committenti, ovvero dalle società con fatturato pari o superiore a 10 milioni, e dalla Pubblica amministrazione. «Ed è un principio per noi inderogabile», chiarisce il presidente dell’Aiga, che con oltre 10mila iscritti e 136 sezioni territoriali è l’associazione maggiormente rappresentativa per il settore di riferimento.

Avvocato, la legge sta suscitando reazioni diverse: c’è chi la osteggia e chi, come voi, ritiene che non sia più rimandabile. Che succede?

Questa è una legge molto attesa, ed è una legge che tutela i giovani. Le ragioni di chi si sta schierando contro l’approvazione per noi non si comprendono. Così come non si comprende il fatto che settori del mondo dei professionisti abbiano la stessa posizione della Cgil e di Confindustria. Mi auguro che non ci sia nessuno nel mondo dei professionisti che si presti, anche involontariamente, a giochi politici.

Perché per voi è così importante?

Perché reintroduce il principio per noi fondamentale dell’inderogabilità del compenso minimo. Oggi ci troviamo in una situazione in cui un giovane professionista può doversi adattare a compensi assolutamente non congrui e questo non è accettabile. C’è un problema di dignità del lavoro e, in alcuni casi, di vera e propria sussistenza.

Lamenta miseria?

Faccio riferimento ai dati Censis: l’ultimo rapporto sullo stato dell’avvocatura ci dice che a distanza di 15 anni dal decreto Bersani, che nel 2006 eliminò le tariffe e il vincolo di non poter andare sotto i minimi, i redditi dei giovani professionisti sono al di sotto della soglia di povertà. Ci raccontarono che la legge sarebbe servita a garantire maggiore concorrenza e che quindi avrebbe favorito soprattutto i giovani. Oggi sappiamo che è andata esattamente al contrario. Anzi, lo sappiamo da anni e da anni chiediamo un intervento legislativo.

C’era stato un tentativo anche nella passata legislatura…

Ed è finito nel nulla. Non può succedere di nuovo. La legge in discussione è un’ottima legge, per altro estende la platea degli interessati che prima era solo quella degli avvocati. L’articolo 3 sulla nullità di tutte le clausole che prevedono un compenso inferiore agli importi stabiliti dai parametri è un passaggio cruciale. Per quanto ci riguarda, poi, recepisce alcune nostre battaglie storiche, come il fatto che il parere di congruità diventa titolo esecutivo senza che ci sia più bisogno di ricorrere al giudice per la liquidazione del compenso.

E allora perché durante l’iter stanno sorgendo ostacoli?

Ripeto, non lo comprendo. C’è qualcosa che si può migliorare? Forse sì, tutto è perfettibile. Ma si può fare semmai in un secondo momento. Noi stessi avevamo proposto qualche piccola correzione in sede di audizione, ma rischiare di affossarla non ha senso. Quella mole di emendamenti è troppo rischiosa. La legge va approvata, la priorità è questa.

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