Stupri e teste rasate: i soldati russi fanno scempio di soldatesse e prigioniere ucraine

martedì 5 Aprile 9:23 - di Lorenza Mariani
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Stupri e teste rasate: la guerra in Ucraina rivela ad ogni ora che passa il volto di un orrore che si credeva dimenticato. Accatastato sotto coltri di dolore e di indicibile brutalità. L’ultimo tangibile segno di una ferocia senza tetto né legge, né un tempo in cui è possibile archiviarlo, arriva da Kherson, da Kiev, da Bucha, dove i soldati russi a caccia di soldatesse ucraine, di mogli e di figlie in fuga dalla guerra, rapiscono le donne. Le stuprano. E poi infieriscono su di loro con l’umiliazione finale: rasano loro la testa e le esibiscono come trofei di guerra. Violentate, come le donne vittime della marocchinate in Italia. Rasate: «Come le donne tedesche dopo la fine della Seconda guerra mondiale. E come le donne ebree dei campi di concentramento», scrive il presidente della Commissione diritti umani del parlamento ucraino, Dmytro Lubinets, che ha diffuso alcune immagini su Facebook (tra cui quella pubblicata) …

Orrore in Ucraina, stupri e teste rasate: ecco cosa fanno i militari russi alle soldatesse

Un manipolo di loro, 15 soldatesse tra gli 86 militari che sono stati rilasciati nel pomeriggio di venerdì 1° aprile nell’ambito di uno scambio di soldati prigionieri con i russi che ha avuto luogo a Zaporizhia, sono sopravvissute agli abusi e all’oltraggio del taglio di capelli che ne è seguito. Come a volerle marchiare con un segno e distogliere l’attenzione da quello indelebile “stampato” interiormente. Altre rientrano nell’agghiacciante conta dei cadaveri raccolti lungo i bordi delle strade, finite nelle fosse comuni, a futura memoria di un orrore già vissuto nei Balcani. In Iraq. Siria. Afghanistan. Sudan. I russi hanno rasato le loro teste con la crudele volontà di umiliarle: un gesto punitivo storicamente riservato alle donne che si vuole sottomettere. Umiliare. Stroncare. Privare di qualunque dignità. Una dimostrazione di barbarie primitiva che rende l’agghiacciante idea del trattamento che l’esercito russo riserva ai prigionieri di guerra.

Odessa, 15 soldatesse accolte in un centro aiuti per sfollati

Alcune di loro, racconta oggi il Corriere della sera, si sono ritrovate nel centro aiuti per sfollati di Odessa. «Qui stiamo formando gli psicologi che dovranno supportarle, so bene di cosa hanno bisogno. E ora vanno lasciate in pace», racconta al quotidiano Olga, una volontaria in servizio nella struttura. «Dormono qua una notte al massimo, poi troviamo loro una sistemazione migliore. Hanno bisogno di silenzio. Solo dopo verrà il momento di parlare. Ma, adesso no. È troppo presto», dice. E i loro volti, scarnificati dal dolore. Segnati dalle violenze. Provate dallo scempio che i soldati russi hanno fatto dei loro corpi infierendo sulla loro anima, hanno dimostrato coraggio. E la forza sprigionata da un istinto di sopravvivenza, più forte dell’orrore e del dolore.

Non solo soldatesse stuprate e rasate: la storia di Olha da Kharkiv

Come nel caso di Olha – nome di fantasia – di cui parla Human Rights Watch rendendo l’ultima testimonianza dell’orrore. «Un soldato russo l’ha violentata ripetutamente in una scuola nella regione di Kharkiv dove lei e la sua famiglia si erano rifugiati il 13 marzo». Lì, il militare «l’ha stuprata. Picchiata. E le ha tagliato la faccia, il collo e i capelli con un coltello. Il giorno successivo la donna è fuggita a Kharkiv, dove ha potuto ricevere cure mediche e assistenza». Human Rights Watch ha esaminato alcune fotografie che la donna ha condiviso. Scatti che immortalano la violenza e la sofferenza. Che registrano i segni esteriori degli abusi e che, attraverso gli occhi, rivelano i contorni di un dolore più profondo che sarà difficile estirpare del tutto.

 

 

 

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