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La scommessa di Tabacci: “Draghi come Mattarella, nel 2023 toccherà ancora a lui”

“Draghi come Mattarella, nel 2023 toccherà ancora a lui”. Il sottosegretario alla Programmazione Economica, Bruno Tabacci, in un’intervista al quotidiano ‘Avvenire‘ considera quasi certa la permanenza di Mario Draghi a Palazzo Chigi anche dopo le elezioni del 2023. Secondo uno schema molto simile a quello che ha condotto al Mattarella bis per il Quirinale.

Draghi, Tabacci ad ‘Avvenire’: “Se Mattarella glielo chiedesse…”

Tabacci è un veterano del Parlamento, scuola Dc ed esperto di manovre ed equilibri di Palazzo. Se a ciò aggiungiamo che è uno degli uomini più vicini e in sintonia con il premier, si capisce che siamo in presenza di un’analisi che è molto più di una previsione. Ricordiamo che – era solo novembre 2021- il sottosegretario suggerì una sorta di “mozione degli affetti” per indurre l’ora rieletto Mattarella a restare al Quirinale; affinché Draghi di continuasse il lavoro a Palazzo Chigi. Lo disse in un’intervista a Repubblica

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, parlando della fragilità dei partiti. Sappiamo che la questione del Colle è andata proprio nella direzione di questo auspicio da lui espresso. Per questo anche adesso che in molti tentano di trovare “un lavoro” a Draghi dopo le elezioni, le parole di Tabacci sono da prendere con più attenzione rispetto ai retroscena correnti.

Tabacci sul futuro di Draghi: “Voglio vederli i partiti…”

INsomma, di Draghi non ci libereremo facilemente. Dice infatti Tabacci ad ‘Avvenire’ che Draghi “ha escluso di poter essere il federatore del centro: non commetterà cioè lo stesso errore di Mario Monti. Come dargli torto? Non ambisce a ruoli, come non ambiva Mattarella; ma se fosse di nuovo Mattarella,

prendendo atto della spinta del Paese dettata dalla realtà delle cose; e di una conseguente convergenza delle forze politiche, a proporgli un nuovo incarico, non potrebbe non mettere al primo posto il bene dell’Italia”. Bruno Tabacci non parla a caso. Insiste, come insisteva allora, sulla difficoltà dei partiti di togliersi delle secche di una crisi generale. Quanto alle prossime elezioni  continua: “I partiti si misurino, mi auguro col proporzionale. Cerchino pure, se ritengono di avere di meglio: e voglio vederli”, afferma non credendo molto alla possibilità che possano venirne fuori da soli. “Poi di fronte alla difficoltà estrema delle sfide dei prossimi anni e alle aspettative degli italiani, vedremo se qualcuno dell’attuale maggioranza avrà la forza di chiamarsi fuori”.
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Tabacci, dai “responsabili” a “draghiano doc

Un anno fa – era gennaio e Draghi doveva ancora arrivare –  proprio grazie all’inconsistenza politica dei Cinquestelle Tabacci tornò in auge. Con l’operazione “responsabili” fece da tessitore per tenere al governo Giuseppe Conte e rimpiazzare i renziani in uscita. L’operazione fallì. Ora è un “draghiano” di ferro. Il ruolo di sottosegretariato alla programmazione economica lo pone su un pulpito chiave e delicato. A luglio fece arrabbiare Giorgia Meloni quando richiamò a Palazzo Chigi, dopo Elsa Fornero, anche Domenico Arcuri. Premiando l’ex commissario dei disastri con una consulenza da 4 milioni. “Siamo su ‘Scherzi a parte?'”, disse la presidente di FdI.

“Guastatore del centrodestra”

Libero dedicò a Tabacci  un articolo in cui ne ripercorreva le tappe politiche evidenziando come sia sempre al centro degli scenari politiche “mentre altri sono ai giardinetti”.  Fino alla tappa odierna. Che secondo il  quotidiano era ed è quella di fare “da guastatore” del centrodestra di governo, spostando l’asse del governo Draghi a sinistra. Lui, politico di lungo corso, proveniente dalla corrente De Mita della Dc, riesce a stare sempre nei palazzi che contano. Per questo le sue parole su Draghi post-2023 vanno prese alla lettera.

“Draghi è un politico finissimo…”

Ma un tecnico al timone così a lungo non è una bocciatura per la politica?, è la domanda di Avvenire: “Draghi è anche un politico finissimo”, risponde Tabacci. “La sua disponibilità è stata un’opportunità storica per i partiti. Per compiere un salto di qualità, per uscire dalla politica parolaia e misurarsi sulle sfide che interessano la vita delle persone. Lui sta governando, non è interessato a vivacchiare”

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