Quirinale, verso il terzo voto (inutile). Ma dal “mainstream” è già tiro a segno sulla Casellati

26 Gen 2022 9:05 - di Michele Pezza
Quirinale

Se per il Quirinale il nome di Berlusconi era semplicemente «irricevibile», quelli della terna – Moratti, Nordio e Pera – sono finiti addirittura nella categoria dei «non pervenuti». Funziona così: qualsiasi proposta arrivi dal centrodestra va rifiutata per dogma divino. Certo, a chiacchiere nessuno arriva a sostenere che Salvini, Meloni e Tajani non abbiano diritto a fare nomi per il Colle, ma nei fatti è esattamente così che si traduce. Ne avremo prova più tardi, in questa stessa mattinata, in occasione del terzo voto (il centrodestra indicherà Nordio) e ancora più avanti nel corso della giornata. Basta leggere i giornaloni e seguire i talk-show per fiutare l’aria. Della rosa del centrodestra non si parla, ma gettonatissimi sono invece Amato e Casini.

Quirinale, nuova votazione alle 11

Persino il nome della presidente del Senato è tabù. Leggere, per credere, il titolo odierno di Repubblica: «Collel’ombra della Casellati». Ed è già un miracolo che non l’abbiano colorata di nero. Sarebbe la seconda carica dello Stato, ma reca l’etichetta di “berlusconiana” e tanto fa. I beni informati azzardano che sia il suo il nome sul quale Salvini sta trattando segretamente con i 5Stelle (che nel 2018 la votarono alla presidenza del Senato), e tanto è bastato a renderne improrogabile il character assasination. Prima di Repubblica, ha cominciato ieri sera Marco Travaglio, ospite di Lilly Gruber, annunciando tra il lusco e il brusco che mai i grillini si farebbero complici di tale scempio. C’è da credergli, visto che ne è il capo occulto.

La presidente del Senato è già sotto attacco

È evidente che il mainstream ha sentenziato che anche su questa partita del Quirinale il centrodestra deve limitarsi a reggere il moccolo, sebbene la sinistra sia senza voti e lacerata. Ma tant’è:  Enrico Letta è in pieno arrocco e dice solo “no” perché la sua missione è imporre Mario Draghi. Anche se Franceschini gliela farebbe pagare al prossimo congresso e Conte potrebbe lasciarlo a fare lo spaventapasseri nell’ormai allagato “campo largo“. Dalla sua, oltre al magazzino “grandi firme“, ha solo Luigi Di Maio, lo stesso che le sbagliate tutte per il suo Movimento indovinandole, però, tutte per sé. Questa volta è più difficile, visto che in ballo ci sono le temutissime (dagli stessi 5Stelle) elezioni anticipate. Già, chissà, questa volta Giggino (come Letta) potrebbe aver tappato.

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