Pay tv e “pezzotto”: scattano le prime 223 denunce per i clienti. Rischiano 8 anni di carcere

19 Feb 2020 11:31 - di Monica Pucci

Per la prima volta in Italia, a seguito di una lunga e complessa attività investigativa, sono state identificate e denunciate all’Autorità Giudiziaria 223 persone, responsabili di aver acquistato abbonamenti pirata su internet. Consentivano di vedere i contenuti delle principali piattaforme televisive a pagamento (film, serie ed eventi sportivi). Il termine più utilizzato, di origine napoletana, per descrivere questo fenomeno, è “il pezzotto“.

Il mercato della pirateria, infatti, riveste un business molto fiorente che si poggia su una vasta platea di clienti che lo alimentano. Molto spesso ignari delle conseguenze cui si espongono e degli ingenti danni economici che tale pratica comporta sia ai titolari dei diritti sia all’economia nazionale.

Pay tv “pirata”, scatta la retata della Finanza

Il nucleo speciale Beni e Servizi della Guardia di Finanza ha condotto una complessa e mirata attività che ha portato all’identificazione dei soggetti responsabili di aver acquistato abbonamenti pirata per accedere ai più diversi pay tv.

L’operazione è tuttora in corso e volta anche all’identificazione di ulteriori possibili soggetti coinvolti. Acquistando abbonamenti di questo tipo i clienti si rendono responsabili del reato di ricettazione. La legge sul diritto d’autore prevede la confisca degli strumenti utilizzati per la fruizione del servizio. Di conseguenza, ai 223 clienti in caso di condanna verranno confiscati il proprio televisore, computer e smartphone. Le sanzioni per il cliente prevedono, inoltre, la reclusione fino ad otto anni ad una multa di 25.000 euro, oltre le spese legali.

L’attività condotta è volta allo smantellamento di una delle principali modalità di distribuzione illecita dei contenuti, ossia la c.d. IPTV (Internet Protocol Television), ultima frontiera della pirateria mediante la quale i c.d. ‘pirati’ acquisiscono e ricodificano i palinsesti televisivi delle maggiori piattaforme a pagamento – DAZN, Sky e Mediaset Premium su tutte – per poi distribuirli sulla rete internet, sotto forma di un flusso di dati ricevibile, dagli utenti fruitori, con la sottoscrizione di un abbonamento illecito ed un semplice PC, smart-tv, tablet, smartphone o decoder connesso alla rete.

Risorse che finiscono nelle mani della criminalità

Le indagini in corso a tempo, che hanno come obiettivo principale l’individuazione della centrale di trasmissione dei segnali illegali, delineano una complessa organizzazione. Composta da decine di ‘reseller’ e centinaia di clienti che, acquistando gli abbonamenti, non solo fruiscono illegalmente della visione di eventi sportivi e altri contenuti audiovisivi, oltre ai palinsesti televisivi ‘pay per view’, ma alimentano il circuito criminale.

Acquistando questa tipologia di abbonamento pay tv, inoltre, il fruitore si trova a condividere con vere e proprie realtà criminali i propri dati personali. Inclusi quelli anagrafici e bancari, lasciando pertanto traccia delle attività illecite effettuate ed esponendosi allo stesso tempo a rischi, anche informatici, di vario tipo.

L’attività sviluppata, che si è avvalsa dell’ausilio, anche di natura tecnica, della FAPAV (Federazione per la Tutela dei Contenuti Audiovisivi e Multimediali), rientra tra gli obbiettivi prioritari del Corpo. A tutela in generale della proprietà intellettuale e, nel caso di specie, del diritto d’autore.

Commenti

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  • giovanni vuolo 19 Febbraio 2020

    Che esagerazione !!! Ma cosa volete, Sky è agganciata al sistema , ergo chi tocca i fili muore. Di per contro però, a questi colossi tutto è consentito, inclusa la truffa Dazn TV per spillare altri soldi agli utenti. Vergognatevi !!!!!