Addio a Filippo Reccia, militante di una destra vissuta col cuore

26 Mar 2015 15:09 - di Mario Landolfi

È morto con la stessa irruenza e con lo stesso impeto che ne avevano contrassegnato la militanza politica prima e l’impegno parlamentare dopo. Si era sentito male, Filippo Reccia, ma ha preferito scendere in strada piuttosto che chiamare l’ambulanza. Aveva 66 anni e da tempo soffriva di problemi cardiocircolatori e avrà probabilmente pensato che fosse sufficiente prendere un po’ d’aria per riportare tutto alla normalità. Ma così non è stato e quando si è deciso a chiamare l’ambulanza era già tardi. I medici accorsi non hanno potuto che constatarne la morte.

Filippo Reccia è stato colto da malore: aveva 66 anni

Conoscevo Filippo, praticamente, da sempre, entrambi figli della comune militanza missina, sebbene vissuta su opposte sponde interne: io rautiano, e perciò eretico; lui “federale” di antico conio e quindi ligio alla leadership almirantian-finiana. Ma non per questo acritico. Anzi, la sua idea di partito, territoriale e capillarmente radicato, era solo lo scheletro organizzativo su cui innestare quella sorta di “dottrina geopolitica” che egli stesso esaltava nei nostri congressi come autonomia casertana contro l’irrimediabile egemonia napoletana dei Parlato, degli Abbatangelo, dei Manna e dei Mazzone. Una stagione di appassionato confronto che aggiungeva alle tradizionali divisioni correntizie un elemento – il territorio, appunto – che di lì a poco, con l’introduzione dei piccoli collegi elettorali al posto delle grandi circoscrizioni, sarebbe diventato addirittura determinante nella lotta politica. E proprio le elezioni del  ’94, le prime con il Mattarellum, ci videro combattere fianco a fianco: io alla Camera, Filippo al Senato. Una campagna esaltante old style, con comizi infuocati da palchi improvvisati. Una sera gli assestai un calcio sullo stinco perché si era messo ad attaccare i preti. Un soprassalto di insospettato anticlericalismo urlato a squarciagola mentre le vecchiette uscivano dalla chiesa e per di più nel giorno di San Giuseppe. «Ma sei impazzito?», gli dico. E lui: «Ma hai dimenticato che noi li difendevamo e questi facevano votare Dc». Lo guardo, incredulo, e gli faccio: «Filippo, ma la Dc non c’è più!» E lui, per niente convinto: «Lo dici tu. Con questi, non si sa mai».

Fu senatore casertano di An dal 1994 al 2001

Poi arrivò la vittoria del 27 marzo, l’elezione al Senato, l’impegno nelle istituzioni che Filippo onorò in commissione Agricoltura. Nella vita insegnava francese. Ma appena poteva, si metteva alla guida del suo trattore per dedicarsi a quella terra che con la sua famiglia ed il suo partito erano le autentiche passioni della sua vita. Neppure le prime avvisaglie della malattia e l’uscita dal Senato nel 2001 lo convinsero a distaccarsi dalla politica. Qualche anno più tardi, Filippo ed io ci saremmo ritrovati ancora insieme a comiziare da un palco. Senza retorica, quella sera gli sentì pronunciare il più bel discorso che avesse mai pronunciato. E gli applausi, infatti, scrosciarono come non mai. Ora che ci ha lasciati, posso solo sperare dal profondo del cuore che quegli applausi, quel ritmare così gradito a chi vive la politica soprattutto come passione, possano scandire l’uscita di scena di un militante appassionato, di un politico galantuomo. Soprattutto, di un uomo vero.

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