La ‘ndrangheta puntava alla Tav. In due operazioni trenta arresti e sequestri per 60 milioni

1 Lug 2014 13:14 - di Redazione

Venti arresti per associazione di tipo mafioso, estorsione, usura e traffico illecito di rifiuti tra Torino, Milano, Genova e Catanzaro. E il sequestro di società e beni per 15 milioni. È il bilancio dell’operazione “San Michele”, condotta dai carabinieri contro la proiezione in Piemonte della cosca ‘ndraghetista Greco di San Mauro Marchesato. L’inchiesta, coordinata dalla Procura distrettuale Antimafia di Torino, si è concentrata sulle infiltrazioni nel tessuto economico del capoluogo piemontese, in particolare negli appalti pubblici, e tra l’altro ha fatto emergere un tentativo delle cosche, andato però fallito, di mettere le mani sulla Tav. Tra le commesse ottenute, invece, gli inquirenti hanno identificato un subappalto per i lavori di ristrutturazione della galleria Prapontin, sull’autostrada A32 Torino-Bardonecchia, le opere di pulizia e sgombero neve della stessa arteria autostradale e dell’aeroporto torinese di Caselle. Ma le attività imprenditoriali della cosca, secondo gli investigatori, spaziavano anche in altri settori, tra cui la gestione di servizi per amministrazioni pubbliche e società private, lo smaltimento dei rifiuti e la gestione di attività commerciali e della distribuzione alimentare.
E numerose attività commerciali, soprattutto a Roma, sono state sequestrate nell’ambito di un’altra operazione contro la ‘ndrangheta, coordinata dalla Dda di Catanzaro e condotta dai finanzieri e dai carabinieri di Vibo Valentia, fra Calabria, Lazio, Lombardia, Sicilia ed Emilia Romagna. Provvedimenti di custodia sono stati emessi contro una decina di persone. Tra i beni sequestrati, per un valore complessivo di circa 45 milioni, figurano i bar “La dolce vita” e “Sweet and food” in zona Prati, a Roma, un bar in provincia di Milano, immobili di pregio a Roma e Milano, 25 aziende, 42 tra terreni e fabbricati e 16 autoveicoli. Un patrimonio che ha fatto parlare gli inquirenti di «holding» e che sarebbe riconducibile a presunti affiliati alla cosca Tripodi di Vibo, indicata come l’ala economico-imprenditoriale del clan Mancuso di Limbadi, contro cui lo scorso anno era stata condotta l’operazione “Libra”, che aveva portato all’arresto di 20 persone tra presunti capi e affiliati. Tra le attività illecite contestate figurano l’usura e le estorsioni ai danni di altri operatori economici, attuate anche attraverso l’imposizione del pagamento di fatture per prestazioni in realtà mai eseguite e l’acquisto di beni e prestazioni d’opera dalle ditte riconducibili al sodalizio. Inoltre, secondo l’accusa, il clan avrebbe tentato di acquisire appalti pubblici nel Lazio, anche attraverso il promesso sostegno elettorale a un candidato, poi eletto e non indagato, alle elezioni del Consiglio regionale del 2010.

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