Sul nome di Ramelli veleni stile anni ’70

lunedì 30 aprile 20:20 - di

«Un’assurda macchina del tempo ha voluto far rivivere a Milano un clima surreale da anni di piombo, con un presidio antifascista, un presidio contro il vento, inutile, impiegando tra l’altro nutriti reparti delle forze dell’ordine ed elicotteri, costi assurdi per la città. Allucinante». Paola Frassinetti è ancora sconcertata per come il nome di Sergio Ramelli, ragazzino ucciso a sprangate quasi quarant’anni fa, il 29 aprile del ’75, solo perché militava nel Fronte della Gioventù, possa essere ancora un tabù per la gauche milanese. La proiezione, su iniziativa del Pdl, del docu-film Milano Burning, Storia di Sergio, diretto da Paolo Bussagli, con la concessione di una sala da parte della Provincia, aveva fatto insorgere il segretario generale della Cgil, Onorio Rosati, che aveva minacciato di indire un presidio antifascista contro quella che ha definito una «provocazione». La minaccia è stata mantenuta, «in uno scenario patetico, ai limiti del surreale», racconta la parlamentare del Pdl. «Nella sala Corridoni la presentazione si è svolta con la massima tranquillità, in presenza di tantissimi giovani, mentre fuori c’era un assetto stile anni ’70, composto essenzialmente di anziani. Alle 16 la celebrazione ha avuto regolare inizio». Tra l’altro il lavoro di Bussagli «è stato già presentato in molte altre città, tra cui Firenze, in un clima di grande civiltà», continua Paola Frassinetti. «Evidentemente è un problema di Milano, di Rosati in particolare, che forse ha smanie di protagonismo e teme di essere oscurato dalla Camusso…». E prende a pretesto il ricordo di Sergio Ramelli, un ragazzino inerme che non era né un facinoroso né un picchiatore, per parlare di provocazione. Alla faccia del rinnovamento etico di Milano sventolato dal sindaco Pisapia….
Ma peggio di Milano ha fatto l’amministrazione comuale di Tolve in provinca di Potenza, che proprio il 29, nell’anniversario della morte di Sergio, ha cambiato il nome del proprio parco cittadino, cancellando la dedica a Sergio Ramelli. La notizia di questo gesto che definire uno sfregio è dire poco è stata data dal sindaco di Roma Gianni Alemanno, che ha ricordato esattamente la circostanza in cui, da ministro dell’Agricoltura, aveva inaugurato nel maggio del 2004 Villa Ramelli, «a sottolineare l’importanza di coltivare la memoria di tutti i ragazzi di destra e di sinistra che sono morti negli anni di piombo e per evitare oggi che le giovani generazioni ricadano un’altra volta in una spirale di odio e di violenza». Prendiamo atto che non solo per Milano il nome di Sergio Ramelli è ancora un tabù. Anche per l’amministrazione di Tolve è ancora oggi un problema, chissà perché, il ricordo di un giovane missino, amante di calcio e di politica, ucciso oltre 40 anni fa. Segno che per alcuni, per fortuna non molti, non c’è alcuna voglia di pacificazione. L’invito di Alemanno, dunque, è diretto, senza se e senza ma, all’attuale sindaco, Rocco Viggiano, espressione di una lista civica trasversale, «a rivedere la sua decisione che, al di là delle motivazioni che l’hanno ispirata, rappresenta un’offesa per tutte le vittime degli anni di piombo».

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