La Lega espelle la “Nera”. All’unanimità

giovedì 12 aprile 21:03 - di

La davano asserragliata nel suo ufficio a Palazzo Madama, decisa a resistere da lì. Invece, a sorpresa, ieri Rosi Mauro è arrivata a via Bellerio, dove si discuteva del destino suo e dell’ex tesoriere Francesco Belsito oltre che dei provvedimenti disciplinari nei confronti di Renzo Bossi e della convocazione del prossimo congresso federale. Puntuale, accompagnata da Pierangelo Moscagiuro, il caposcorta che in questi giorni è stato indicato come persona che le è particolarmente vicina, la vicepresidente del Senato ha fatto il suo ingresso al consiglio federale giusto un attimo dopo il Senatùr. Aveva diritto di esserci, e non solo perché si parlava di come e se far rotolare la sua testa: la Mauro ne faceva parte come uditrice, ma senza diritto di voto.
Ha assistito così, di persona, alla sua espulsione. Ha lottato fino all’ultimo la (presunta) Nera, respingendo l’ennesima richiesta di dimissioni e offrendo al vertice una lunga autodifesa nella quale ha ribadito la sua estraneità rispetto a quanto emerso dall’inchiesta che sta travolgendo il partito.
La decisione di espellerla è stata presa all’unanimità, come all’unanimità è stata presa la decisione di espellere anche Belsito. Ma a essere determinante sulla vicepresidente del Senato sarebbe stata la posizione di Roberto Maroni, che avrebbe imposto un vero e proprio aut aut: «O via lei o via io». Il segretario in pectore, dunque, ha voluto tenere fede alle promesse di pulizia della vigilia, che proprio intorno alla Mauro si erano catalizzate con particolare veemenza. L’espulsione è stata motivata con il rifiuto di rassegnare le dimissioni, una disobbedienza esplicita agli ordini di Umberto Bossi e del vertice del partito. «Il consiglio federale – di leggeva nella nota conclusiva – all’unanimità ha decretato l’espulsione dal movimento della senatrice Mauro, ritenendo inaccettabile la sua scelta di non obbedire a un preciso ordine impartito dal presidente federale e dal consiglio federale». Ma quando c’è stato da votare il Senatùr avrebbe messo in campo un estremo tentativo di evitare quella misura, cercando di convincere la sua fedelissima a fare un passo indietro spontaneo. Nessun provvedimento, invece, è stato preso nei confronto di Renzo Bossi: la sua posizione, ieri, non è stata affrontata.
Quanto al congresso che eleggerà il successore del Senatùr, è stato anticipato da ottobre al 30 giugno e al primo luglio. Si celebrerà a Milano. Ed entro il 30 giugno dovrà essere conclusa anche la revisione contabile, che ieri è stata affidata alla società Price Water House.
Lo stato maggiore della Lega è rimasto riunito per più di tre ore. Il vertice era convocato per le 16, ma all’una in via Bellerio già c’erano il nuovo tesoriere Stefano Stefani, l’europarlamentare Matteo Salvini e Roberto Calderoli, membro del triumvirato che ora guida il Carroccio insieme a Roberto Maroni e Manuela Dal Lago. Poi è arrivato il resto del gotha padano: dallo stesso Maroni a Roberto Castelli, da Federico Bricolo e Giancarlo Giorgetti a Marco Reguzzoni. E proprio le parole dell’ex capogruppo alla Camera sono utili per capire quali fossero gli umori della vigilia. «Il rischio che trovino spazio anche vendette di natura personale c’è e va scongiurato», aveva detto in un’intervista al Corriere della Sera di ieri, nella quale spiegava anche che nessuno poteva chiedere la sua testa perché «non vedo come potrebbe essere motivata una mia espulsione: in 2mila pagine dell’inchiesta il mio nome non compare una sola volta, sono da vent’anni nel movimento, ho ricoperto ruoli istituzionali, non ho mai parlato male di altri leghisti, non ho fondato correnti». Ma Reguzzoni è stato uno del giro stretto di Bossi, uno di quel Cerchio magico che ora è così pesantemente sotto accusa e così tenacemente negato. «Il cerchio magico non esiste, lo ha detto anche Bossi», ha tagliato corto l’ex capogruppo alla Camera arrivando a via Bellerio.
Ma non basta dire che il cerchio magico non è mai esistito: il timore di finire vittima di un repulisti, magari anche di una di quelle «vendette personali» di cui parlava Reguzzoni, è forte in chiunque abbia fatto parte del gruppo direttamente ricollegabile a Bossi e famiglia. Così, con una specie di mantra, tutti si affrettano a dire che non c’è motivo per cui dovrebbero essere messi in discussione, Reguzzoni come Monica Rizzi. «Non si cercano le dimissioni di una persona solo perché è legata e fedele a Umberto Bossi. La Lega non si comporta così», ha avvertito ieri la Rizzi, sponsor del Trota nella campagna elettorale per il Pirellone. «Nessuno ha mai chiesto le mie dimissioni e ribadisco per l’ennesima volta che le stesse sono già in mano al capo da quando sono stata eletta in consiglio regionale», ha aggiunto l’assessore lombardo allo Sport, spiegando che «la pulizia serve, ma che non sia una caccia alle streghe o una fatwa». Parole che fanno pensare proprio alla vicenda di Rosi Mauro. In molti, infatti, in questi giorni in molti hanno indicato la vicepresidente del Senato come vittima di un clima alla Salem. L’ultimo è stato Riccardo Nencini per il quale «sulla vicenda di Rosi Mauro l’incoerenza detta legge. Nella canea che si è sollevata, in tanti hanno dimenticato i pilastri di un sistema di garanzie, che è sì indebolito ma non ancora scardinato. Balza agli occhi il monito nenniano della “giustizia (politica) debole con i forti e forte con i deboli”». Il leader socialista ha affidato la sua difesa dell’esponente leghista a un editoriale dell’Avanti, nel quale si leggeva anche che «il segretario della Lega, con il conto “Family” in cassaforte, si dimette per poi diventare presidente del medesimo partito. Rosi Mauro è invece colpevole. Lombrosianamente colpevole. Nera, meridionale e badante: ci sono tutti gli ingredienti per mandarla al rogo». Una lettura simile a quella di Ignazio La Russa, che ieri prima dell’espulsione spiegava: «Non sono Rosi Mauro per cui non commento e soprattutto non mi piace dare addosso alle persone in difficoltà, colpevoli innanzitutto di essere terrone… Esprimo solidarietà a tutti gli amici leghisti per quello che accadendo».

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