Finanziamento e legge elettorale, i partiti parlano a se stessi

giovedì 12 aprile 21:02 - di

La campagna antiparlamentare lanciata per preparare l’avvento del commissariamento tecnico ha chiuso i partiti nell’isolamento. A questo punto ci si aspetterebbe che i partiti rompessero l’accerchiamento uscendo fuori dalla torre d’avorio per semplificare e ricostruire il loro rapporto con i cittadini. Ma perché fare una cosa logica quando si può fare una cosa illogica? Intanto ci si continua a far dettare l’agenda dalle campagne stampa. Il Quarto potere decide quali siano i punti nodali su cui incentrare il dibattito e i partiti, come cani pavloviani, scattano. “Siete un Parlamento di nominati!”: l’ABC si riunisce per cambiare legge elettorale. “Vi fregate i soldi del rimborso elettorale!”: l’ABC si riunisce per adottare una strategia di distrazione. Mai chiarimenti, mai risposte. Sulla legge elettorale si sta facendo un papocchio secondo solo a quello della riforma del lavoro. Se si vuole ri-convincere i cittadini (oramai preda di un disfattismo che li spinge a evirarsi della propria sovranità pur di negarla ai “politici”) a tornare a apprezzare il proprio potere di voto, bisogna fargliela semplice, non incomprensibile. E si possono fare solo due cose: o tutto proporzionale (prendo 10 per cento dei voti ho 10 per cento degli eletti) o il maggioritario uninominale (prendo più voti in un collegio e sono eletto). In entrambi i casi chi prende un voto in più governa. Non ci sono alternative. Il maggioritario logicamente è nell’attuale fase più utile perché assicura governabilità e permette di indicare il premier. Le preferenze? Non danno un grammo di potere in più al singolo cittadino ma un potere enorme al “voto organizzato”. Non sono certo un problema per il politicante scaltro, anzi. Modello tedesco? Modello spagnolo? Toc! Toc! Esiste qualcuno in grado di capire che siamo in Italia e le cose degli altri non funzionano?

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