Storia di Aristide Sarti, il pilota della Rsi il cui nome è scritto sull’acqua

Era giusto un tiepido Lunedì dell’Angelo quando il tenente pilota Aristide Sarti si inabissò col suo Messerschmitt Bf. 109G in uno stagno nei pressi di Goito difendendo le popolazioni civili dai bombardamenti terroristici anglo-americani. E il 28enne della Repubblica Sociale Italiana è ancora lì, dentro la carlinga del suo aereo, a 4 o 5 metri di profondità, ricordato da un sobrio monumento che la famiglia ha voluto farvi porre in suo ricordo. La sua storia, e quella della sua famiglia, è sintomatica di tutta una generazione perduta, quella dei giovani che ritennero di non arrendersi ai vincitori e continuarono a combattere, principalmente, come è il caso degli aviatori, per difendere le città e i borghi italiani dai bombardamenti a tappeto indiscriminati che gli alleati effettuavano ogni giorno. Aristide, classe 1917, aveva un fratello, Luigi, pilota anch’egli, che si inabissò nel 1943 nel Canale di Sicilia mentre proteggeva un convoglio di navi italiane dirette verso il Nord Africa. Anche Luigi ha una tomba di acqua, come il fratello. L’ateneo di Bologna, dove Luigi era studente, post mortem gli concesse la laurea honoris causa alla memoria. La famiglia Sarti, molto nota a Bologna, era imprenditrice, erano, per capirci, quelli dell’aperitivo Biancosarti che tanto successo conobbe dopo la guerra. L’azienda in seguito fu venduta alla olandese Bols, nel 1995. Oggi è della Campari. Tornando ad Aristide, sappiamo che non si era mai interessato troppo di politica, preferendo studiare economia, materia della quale era appassionato e in cui si laureò nel 1944 con una tesi sulla crisi del capitalismo e della borghesia italiana. Tra l’altro, il suo relatore, il professor Paolo Fortunati, divenne in seguito senatore del Pci. La svolta politica di Aristide avvenne dopo il 25 luglio 1943, quando, indignato per il voltafaccia del re e di Badoglio, in una lettera al Resto del Carlino scrisse che i combattenti non avevano proprio nulla di cui vergognarsi. Si gettò attivamente in politica, divenne federale di Bologna, tentò di vanamente recuperare alla causa Leandro Arpinati, che si era ritirato a vita privata, e a questo scopo favorì anche un incontro con il duce, incontro che però non ebbe esito positivo. Arpinati disse che ormai faceva l’agricoltore e rimase nella sua azienda. Questo non lo salvò dalla furia partigiana: ignoti si introdussero nell’aprile del 1945 nella sua tenuta di Malacappa e lo assassinarono. Erano passati appena venti giorni dalla morte di Sarti.

Aristide Sarti si levò in volo per difendere i civili dai bombardamenti “alleati”

Sarti era entrato nella Regia Aeronautica nel 1941, combattendo valorosamente a Malta, in Tunisia e in Sicilia. Ricevette, per il suo comportamento, due medaglie d’argento, due di bronzo e una Croce di guerra. Nel settembre del 1943 lasciò la carica di federale di Bologna ed entrà nell’Areonautica nazionale repubblicana e fu destinato destinato alla 4ª Squadriglia Gigi Caneppele del 2° Gruppo caccia Gigi Tre Osei. Quel giorno 25 caccia della Rsi si levarono in volo sul cielo di Villafranca di Verona per intercettare un numero soverchiante di velivoli alleati diretto verso le nostre città: 54 bombardieri americani scortati da 41 caccia. Aristide Sarti fu abbattuto in un drammatico combattimento aereo con i P-47 del 350° Fighter Group. Fu il tenente Richard Sulzbach ad abbatterlo. Il giorno prima Sulzbach, con altri 3 P-47 Thunderbolt, aveva distrutto un deposito di carburante tedesco a Terlago (Trento). Secondo le testimonianze dell’epoca, l’aereo fu inghiottito dal fango e dall’acqua della palude. Racconta Claudio Mischi che il Me-109 cadde a vite lenta quasi di punta. Nei giorni successivo, il padre Giuseppe e la madre Angelina si recarono sul luogo e pregarono alcuni braccianti di tentare il recupero del corpo di Aristide, ma non ci fu nulla da fare. Fu recuperato solo un guanto del giovane pilota. La famiglia fece apporre una lapide con la scritta mortuus ut Patria vivat. Successivamente la lapide venne sostituita da un vero e proprio piccolo monumento, tuttora visibile, con inciso “caduto per la sua Patria”. Il luogo, di proprietà del conte Fornari, si trova alla corte Baronina in comune di Goito, dove si svolse una delle più dure battaglie aeree nei cieli mantovani. La storia dei fratelli Sarti è molto conosciuta nella zona, spesso i quotidiani locali ne hanno ricordato i particolari. Anche Indro Montanelli una volta ne parlò nella sua rubrica: «Onore a lui e a tutti quelli che all’ onore sacrificarono la loro vita. Chissà se il Duce, all’ultimo momento, se n’accorse. Mi auguro, per lui, di no», scrisse il grande giornalista.