“Prigioniero del sogno”: un novello Parsifal alle prese con il bene e il male

Si legge, alla pag. 7 del testo, il pensiero di Johan Jakob Bachofen in merito al primato del simbolo sulla lingua. “Il simbolo – è detto – desta un presagio, mentre la lingua può solo spiegare. Il simbolo fa vibrare le corde dello spirito tutte insieme, mentre la mente è costretta a darsi a un singolo pensiero per volta”.

Citazione non certo casuale, perché è proprio nell’assioma del Bachofen che va riconosciuta la chiave interpretativa e valutativa del lavoro di Lino Lavorgna, “Prigioniero del sogno”. In esso, infatti, il prevalere del simbolo nella essenzialità del messaggio riduce al minimo indispensabile l’apporto dell’elemento linguistico, che finirebbe per essere semplice elemento esplicativo se in omaggio – forse – all’incantevole pagina di Renato Fucini riportata in esordio di narrazione, non trovasse invece spazio nelle rappresentazioni paesaggistiche ed antropologiche di cui pure si costituisce il testo.

“Prigioniero del sogno” e le passioni di Lavorgna

Allo sviluppo del progetto narrativo, che a conferma di pregresse passioni del Lavorgna ha spesso la stringatezza veloce del canovaccio teatrale o cinematografico, concorrono motivi di vario genere, dal fantastico al virtuale, dal surreale al leggendario, mentre quello realistico, come la chiamata in causa di una Questura e persino di un Ministero per un fenomeno trans materiale (il prender fuoco progressivo inspiegabile delle auto sulla Napoli-Pompei), vuole essere semplicemente funzionale al prosieguo e al concludersi del progetto stesso.

Unità prevalente di tempo, luogo e azione è Napoli (e dintorni), con delle puntate in Capri, dove almeno un paio di volte la voce narrante si trasferisce (con una fulmineità che lascia pensare alla presenza, nell’isola, di un corrispondente) per segnalarvi la presenza di una goletta sulla quale un televisore è quasi sempre acceso, e il determinarsi, sulla medesima, di strani movimenti di non riconosciute persone a bordo.

Nel corso della trama, che vede il moderno Parsifal impersonato dal giovane Renato Federico, impegnato (e qui sta il sogno) nella impossibile impresa di riportare il mondo a una condizione di vivibilità, ci si imbatte in frequenti espansioni descrittive nelle quali è facile riconoscere personaggi e luoghi che, evidentemente, in qualche modo hanno segnato i trascorsi dell’autore. Riferimenti ancora più espliciti, poi, riguardano tanto la vita universitaria quanto le vicende sentimentali, sia pure ammantati della necessaria veste letteraria per miscelare finzione e realtà.

In definitiva l’autore mostra di sapersi ben orientare tra i diversi ambiti culturali di cui si correda il libro; ambiti che vanno dalle scienze alla filosofia, dalla psicologia alla sociologia, dalla matematica alla letteratura, dall’astronomia alla musica, esibendo nel contempo una gestione formalmente ineccepibile dell’impianto logico-sintattico del discorso.