Dopo la mattanza di Tunisi. Interesse nazionale e doveri geopolitici

La geografia non è una materia desueta, non è un atlante scolastico, non è una guida turistica. La geografia non è un mappamondo colorato o una collezione di cartoline. La geografia è una scienza politica e militare. La geografia raccoglie pensieri profondi, strumenti per leggere e interpretare il mondo reale. La geografia determina strategie e guerre ed impone compiti e doveri. Rischi e decisioni. La geografia è politica.

La tragedia di Tunisi e l’interessa nazionale

Tremila anni fa, un sapiente greco di nome Erodoto aveva capito tutto. Fu il primo geografo della Storia. Il primo geopolitico. Attraverso le sue lenti accurate, possiamo comprendere i rapporti di forza del mondo classico e le vere ragioni dei conflitti del Mediterraneo antico. Non a caso Yves Lacoste, uno dei padri della geopolitica contemporanea, ha dedicato allo studioso ellenico la sua rivista di studi geografici.

La geografia, una volta di più, ci ricorda che Tunisi è più vicina di Bengasi e di Derna. La mattanza è un massacro che ci riguarda da vicino. Molto da vicino. Per quanto vicina la Libia, dopo un quarantennio di ibernazione gheddafiana, rimane un mondo ancora relativamente lontano, distante. La Tunisia, no. Dalla decolonizzazione in poi — grazie alle intuizioni di Enrico Mattei e nonostante la presenza francese e la francofonia delle élites locali — la piccola repubblica africana è rimasta saldamente inserita nelle logiche economiche e politiche del sistema Italia.

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