I fantasmi della guerra sporca che non trovano pace

C’è una canzone di Gabriella Ferri in cui le immagini private, gli affetti, i ricordi personali sembrano dilatarsi a comune condizione umana. Man mano che carezze e graffi di questa indimenticabile voce ti si attaccano al cuore e alle viscere, senti che l’intensa elegia- intitolata, significativamente, “Sempre”-  racconta la storia del mondo e che tu ci sei dentro.
Ricordate? «Ognuno ha tanta storia, tante facce nella memoria,/ tanto di tutto tanto di niente,/ le parole di tanta gente,/ tanto buio tanto colore,/ tanta noia tanto amore,/ tante sciocchezze tante passioni, /tanto silenzio tante canzoni…».
Gabriella canta, struggente, viva e vera. Riascoltatela. O ascoltatela per la prima volta. Poi, per capire a fondo che cosa ha voluto “trasmettere” l’autore della canzone, Mario Castellacci, fatevelo raccontare da lui, toscano della Versilia “profonda”,  “ragazzo di Salò”, autore dello scorretto, strafottente, fascio-inno “Le donne non ci vogliono più bene”. E di un libro di ricordi, “La memoria bruciata” (Mondadori, 1998) dove l’ex  repubblichino (negli anni Sessanta tra i fondatori del cabaret “Il Bagaglino” insieme a Luciano Cirri, Pier Francesco Pingitore e un variegato manipolo di giornalisti e gente di spettacolo non conformista) raccoglie volti ed eventi della sua “storia”. “Tanta storia”.
 “Ognuno ha tanta storia”è anche il titolo di un libro di Carlo Mazzantini (Marsilio, 2000), romano, ma di origine toscana, anche lui combattente “dalla parte sbagliata”, nonché commosso e complice evocatore di memorie (“A cercar la bella morte”, Mondadori, 1986; “I Balilla andarono a Salò”, Marsilio, 1995).
Ecco, leggendo “La guerra sporca dei partigiani e dei fascisti” di Giampaolo Pansa (Rizzoli, pp. 446, euro 19,50), ci sono venuti in mente- anzi, balzati negli occhi e nel cuore- i “cari fantasmi” di Gabriella, Mario e Carlo. Perché? Ecco le “emozionanti” ragioni. La prima. Anche Pansa – che negli anni della guerra era un bambino, dunque non poteva fare una scelta, ma vedeva, ascoltava, “sentiva”, e ritrova ancora oggi nei sogni i suoni e le immagini dei devastanti bombardamenti alleati, cui sono dedicate alcune tra le pagine più intense del libro – ha dentro di sé “tanta storia”. Con la dimensione privata dei ricordi, che diventa esemplarmente pubblica, nazionale, italiana, intrecciandosi con le cronache della guerra e della guerra civile che lo scrittore monferrino ha ormai eletto a materia privilegiata delle sue opere. Poi, perché lo scrittore sa bene che la Storia – sì, incoroniamola con la sua bella maiuscola – contiene tutte le storie, quelle grandi e quelle piccole. La storia della “gente”. Dunque, gli odi e gli amori, le passioni e le paure, le viltà e gli eroismi, il sesso e il sangue, i tradimenti e le vendette, che, in questo libro, di capitolo in capitolo, trovano ampio spazio nell’”apprendistato alla vita” di Enrico: un adolescente che, tra il ’40 e il ’45, viene educato, “in diretta”, alla storia e alla vita, dal farmacista Evasio. Che è lo zio che tutti vorrebbero avere perché non è pedante né pesante, e lo aiuta davvero a crescere, facendogli capire la complessità di quello che succede, mostrandogli il fatale intreccio di bene e male nelle umane vicende e seguendo con simpatia- da sperimentato e impenitente “tombeur de femmes”- l’eccitata-impacciata scoperta della “femmina” da parte del ragazzo, fino alla appagante conclusione.
“Ognuno ha tanta storia”, Pansa ha “tanta storia”, dicevamo. E “deve” raccontarla. Giornalista e polemista “militante” (ma senza schiavitù ideologiche), è un testimone che ha raccolto testimonianze. Antifascista – sulla base di fondate “certezze”, ma senza livori e sempre aperto al dibattito – non ha avuto alcun timore reverenziale – resistenziale nel mettere insieme, libro dopo libro, una storia dell’Italia negli anni della guerra civile, per nulla rispettosa della “vulgata”.
Certo, la coraggiosa irriverenza di Pansa nel raccontare che cosa è successo davvero tra il ’43 e il ’45, nello svelare le contraddizioni della Resistenza, nell’ammettere che il fascismo repubblicano non era privo di consenso popolare, nel dire e ribadire che quello che volevano i partigiani comunisti non erano la libertà e la democrazia ma la dittatura rossa, nell’esplorare la costellazione degli orrori prima e dopo la Liberazione: be’, questo impegno morale, intellettuale e professionale, ha precedenti – e Pansa lo ha sempre ricordato – di tutto rispetto: dai libri sulla guerra civile di Giorgio Pisanò a un vasto numero di opere, più o meno note, che evocano e ricostruiscono i “seicento giorni”, insomma le idee, le immagini e gli eventi  “della parte sbagliata”. Ma lo fanno, per l’appunto, “dalla parte sbagliata” , con un’eco circoscritta ai “nostalgici” e ai lettori “di destra”.
Pansa ci ha provato, “dalla parte giusta”, forte dunque del suo “pedigree” antifascista, con una serie di “best seller” revisionisti. che hanno mandato in bestia “i gendarmi della memoria” resistenzialmente corretta.
Ma il diritto/ dovere di chi “ha” tanta storia – ed altrettanta ne scopre, attivando un circuito virtuoso di testimonianze: le centinaia di persone che hanno scritto a Pansa in questi anni per aggiungere ulteriori tasselli alle sue documentate ricognizioni – è di raccontare. La storia patria: piccola e grande. La storia della povera patria lacerata e che ancora non trova pace. Tutta la verità, nient’altro che la verità. Che è come dire tutta e nient’altro che l’umanità.