La Merkel sociale? Convince poco…

Eh no, l’Angela “de la revolucion” proprio non ha convinto nessuno. Va bene che solo gli stupidi non cambiano idea, va bene che in politica gli stupidi, sotto questo profilo, sembrano particolarmente rari, ma a tutto c’è un limite. Accade quindi che l’improvvisa conversione della Merkel alle ragioni dei popoli contro la dittatura dei mercati suoni un po’ posticcia e vagamente ruffiana. «Se consideriamo come hanno funzionato i mercati finanziari negli ultimi 5 anni – aveva detto la lady di ferro ad Abensberg, alla festa popolare di Gillamoos, in Baviera – si vede come questi non abbiano affatto servito le persone. Ma pochi si sono arricchiti e molti, nel mondo, hanno dovuto pagare». Poi aveva persino aggiunto: «Non bisogna consentire ai mercati di distruggere i frutti del lavoro della gente».

Angela come Bertolt?
Niente da fare, nessuno ha abboccato. Tant’è che contro la cancelliera finiscono per schierarsi la stampa veterocomunista insieme alle testate più organiche al mondo della finanza. “Merkel straparla sulle Borse”, ha titolato senza mezzi termini “Milano Finanza”, dicendosi ironicamente «in attesa che completi la revisione del suo pensiero, sparando magari a zero sulle banche, secondo il noto assioma del suo connazionale Bertolt Brecht, che è più criminale fondarle che rapinarle». Dopodiché il quotidiano economico ha malignamente sottolineato che forse è vero, nell’attuale quadro socio-politico qualcuno si è arricchito sulle spalle di altri più malmessi, ma questo qualcuno è proprio la Germania guidata dall’intransigente corifea del rigore, Frau Merkel.

Il filosofo con la barba…
Se il fastidio degli ambienti finanziari era preventivabile, desta maggior scalpore la stizza dei giornali rossi. Che forse hanno paura di vedersi scavalcare a sinistra. O più semplicemente non si bevono la repentina conversione. “Il Manifesto”, in particolare, si domanda se sia possibile che a randellare i mercati sia «lo stesso premier che ha consegnato la Grecia e il suo popolo alla devastazione generale». Pronta, tuttavia, la risposta: «Angela Merkel non è passata a Occupy Berlino», è solo che «la sua maggioranza vacilla e le speculazioni finanziarie vanificano il “rigore”». Alessandro Robecchi, nel suo editoriale dedicato a “La compagna Angela”, scrive che la frase sui mercati contro i popoli «probabilmente in tedesco suona benissimo», anche se «pareva credibile soltanto – finora – se detta un secolo e mezzo fa da un filosofo con grossa barba e idee chiare non ancora passate di moda. Invece no». E dopo il tributo a Marx, senza temere la contraddizione, si parte con l’ironia: «Contrordine, liberali! Avete presente quella manina che tutto sistema, che tutto livella, che lasciata senza regole se la lasci fare sistema tutto lei tipo Padre Pio in stato di grazia che fa il miracolo? Ecco, invece era una falce sterminatrice, una specie di veleno che frega i molti per far felici pochi, pochissimi, anzi, che possono essere felici solo nella misura in cui gli altri patiscono. Liberisti di tutto il mondo, pentitevi!».

…E il poeta con il pizzetto
L’ironia ci sta tutta, il ghigno rancoroso del “ve l’avevamo detto” no. Non l’avevano detto loro, l’avevamo detto noi. Ora, Marx è un pensatore di tutto rispetto, per carità, e studiarlo anche oggi non può comunque far male. Ma la chiave di lettura appropriata per decifrare la crisi non è marxiana. È, semmai, poundiana. La lotta di classe, il conflitto tra i proprietari dei mezzi di produzione e i proletari, tra padroni e salariati, è stata la bandiera attorno alla quale si sono uniti uomini, nazioni ed eserciti contro altri uomini, nazioni ed eserciti. La stessa guerra fredda altro non è stato se non la cristallizzazione geopolitica della lotta di classe. Poi, a un certo punto, un altro aspetto dell’economia è diventato cruciale. Ora non era più il conflitto tra chi possiede e non possiede il capitale a farla da padrone ma il capitale stesso. O meglio, il suo elemento primario: la moneta. Come scriveva il compianto Giano Accame: «… E al posto della lotta di classe in pochi anni, nel 1992, come tema dominante s’è imposto quello dell’economia monetaria, dell’usura, dei popoli indebitati, della finanziarizzazione planetaria, di cui Pound con voce quasi solitaria e intuizione profetica, pur non essendo economista di professione e forse proprio perché non lo era, aveva febbrilmente individuato la moderna centralità».

Denaro vs democrazia
Proprio ad Accame va il merito di aver riscoperto il messaggio poundiano e averlo trasformato da curiosità erudita in chiave interpretativa per il presente. Le riflessioni dello scrittore e giornalista hanno posto in tempi non sospetti l’accento sullo strapotere dei mercati, sulla moltiplicazione irragionevole del volume di denaro in circolazione, sul condizionamento dei governi da parte dell’alta finanza. Evitando una facile trappola – “nemici del capitalismo uguale nemici della democrazia” – Accame ha mostrato come oggi, dopo l’esaurimento storico degli esperimenti totalitari, sia proprio la voracità dei mercati a rappresentare un nuovo pericolo per la democrazia. Almeno se con questo termine si intende la sovranità del popolo al di là e contro ogni “grande elettore finanziario”. Quasi solitario, lo scrittore denunciava quello che definiva il “colonnellismo finanziario” degli anni Novanta, ovvero la presenza sempre più massiccia di banchieri nelle istituzioni cosiddette democratiche. Erano gli anni dei Ciampi, dei Dini, dei Maccanico, più tutto il carrozzone di mezze figure provenienti dagli istituti di credito e catapultati nelle stanze dei bottoni senza che nessuno avesse avuto l’ardire di eleggerli. Oggi che la scena si ripete con il governo Monti e la conseguente sospensione della sovranità del popolo, il titolo di uno degli ultimi libri di Accame torna di attualità, non più come monito ma ormai come triste constatazione: “Il potere del denaro svuota le democrazie”.

Verso l’ideale cinese
Ma se proprio non vogliamo dar ragione postuma ad Accame, se i suoi riferimenti storici mai rinnegati danno fastidio, si presti almeno orecchio a Geminello Alvi, membro dell’aristocrazia del pensiero di destra senza però influenze sulfuree. Alvi, anzi, è un vero e proprio “tecnico”, sempre che oggi come oggi non suoni come un’offesa: ex assistente del governatore della Banca d’Italia, Paolo Baffi, presso la Banca dei regolamenti Internazionali (Bri) di Basilea, lo scrittore è stato anche membro del Consiglio degli esperti del ministero dell’Economia. Eppure è ormai da diversi anni che Alvi illumina – peraltro con penna sublime – i meccanismi segreti del capitalismo occidentale. Nel suo ultimo libro (“Il capitalismo. Verso l’ideale cinese”, Marsilio), i protagonisti sono Alan Greenspan e le sue giovanili utopie iperliberiste, poi inveratesi nella crisi che egli abbondantemente ha contribuito a creare; ma anche i dirigenti del Partito comunista cinese, maestri nella perversa arte della speculazione e forgiatori del modello a cui segretamente tutto l’Occidente tende. C’è di che rifletterci. A prescindere dalla Merkel. E dal Manifesto.