Colpevoli per non aver previsto i terremoti?

Una volta prevaleva la logica del non gridare mai “al lupo al lupo” per non allarmare le popolazioni. Oggi si rischia di condannare un gruppo di tecnici perché non avevano previsto un terremoto, un evento che, per definizione, è imprevedibile. La richiesta di quattro anni di reclusione nei confronti di sette esperti della commissione Grandi rischi sotto processo all’Aquila, in questo senso, potrebbe creare un pericoloso precedente. L’organismo tecnico consultivo della Presidenza del Consiglio è infatti accusato dai pm Fabio Picuti e Roberta D’Avolio di aver compiuto analisi superficiali e aver dato false rassicurazioni agli aquilani nel corso della riunione del 31 marzo 2009, una settimana prima della grande scossa sismica che provocò la morte di 309 persone. Secondo i magistrati, la commissione comunicò alla popolazione, in una conferenza stampa ufficiale, in modo autorevole ma ingannevole e superficiale, che lo sciame sismico in atto e cadenzato da scosse crescenti era da interpretarsi come un graduale rilascio di energia, e che dunque erano da escludersi scosse di magnitudo superiore rispetto a quelle già verificatesi. Rassicurazioni che per i pm hanno causato la morte di 29 delle 309 vittime del terremoto.
Gli imputati sono tecnici di primo piano: Franco Barberi, presidente vicario della commissione Grandi rischi, Bernardo De Bernardinis, già vicecapo del settore tecnico del dipartimento di Protezione civile, Enzo Boschi, all’epoca presidente dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, Giulio Selvaggi, direttore del Centro nazionale terremoti, Gian Michele Calvi, direttore di Eucentre e responsabile del progetto Case, Claudio Eva, ordinario di Fisica all’università di Genova, e Mauro Dolce, direttore dell’ufficio Rischio sismico della Protezione civile.
Una richiesta di condanna, dunque, che lascia perplessi e che fa discutere. Una logica del genere richiama i processi da “caccia alle streghe” come quelli alle streghe di Salem o agli untori di manzoniana memoria, capri espiatori della peste. Ma quali sono i margini di previsione di evento? Fino ad ora i tecnici sono in grado di capire come avviene un fenomeno, dove succede ma, come aveva detto durante il suo interrogatorio Enzo Boschi, «ancora non riusciamo a trasformare tutto questo in una serie di equazioni matematiche che consentano di prevedere». In sostanza, certi eventi non sono prevedibili. Ma, se si dovesse seguire lo schema della “previsione del rischio”, ci troveremmo a dovere gestire un allarme dietro l’altro.
Così, ad esempio, per non rischiare il processo o le manette, un’ondata di maltempo si potrebbe trasformare in un rischio alluvione. Lo abbiamo visto nel suo piccolo con quello che è successo a febbraio quando Roma fu ricoperta di neve. Gianni Alemanno, quando ci fu la prima ondata di neve fu accusato di non aver lanciato l’allarme. Ma quando la settimana successiva avvertì la cittadinanza del rischio nevicata e caddero pochi fiocchi, fu subissato dalle critiche per l’eccesso di allarmismo. «Questo procedimento – osserva Manlio Contento, parlamentare del Pdl, avvocato penalista e componente della commissione Giustizia della Camera – non potrà che concludersi con l’assoluzione perché soltanto di fronte a leggi scientifiche che dimostrano la prevedibilità di un terremoto si potrebbe addebitare ai membri della commissione Grandi rischi una responsabilità in ordine alle decisioni effettuate. Tra l’altro una sentenza di condanna – puntualizza Contento – rischierebbe di far venire meno il senso di responsabilità di chi è tenuto a studiare certi fenomeni. Infatti, di fronte a casi analoghi, pur di evitare conseguenze penali, sarebbe più semplice gridare al “lupo al lupo”. Un esempio chiarirà il concetto: se in una determinata area geografica si manifestassero fenomeni riconducibili a quanto avvenuto all’Aquila, la soluzione più semplice sarebbe quella di lanciare l’allarme e di ordinare l’evacuazione di decine di migliaia di persone. Vogliamo questo? Ho fiducia nella magistratura e quindi sono convinto che non ci sarà mai una sentenza di condanna definitiva nei confronti di questi sfortunati protagonisti.  E ciò – conclude – anche allo scopo di non aggiungere un ulteriore dramma a una tragedia che ha segnato profondamente quella parte del nostro Paese».
Anche Jole Santelli, ex sottosegretario alla Giustizia del governo Berlusconi, osserva che il problema è quello che «i pm si sostituiscono sempre più spesso ai tecnici in materie delicatissime. Se veniva fatta una relazione annunciando un rischio immediato e poi non accadeva nulla, i tecnici potevano essere denunciati per procurato allarme. Non l’hanno fatto e sono stati denunciati per non aver previsto il rischio. Il magistrato si comporta come un esperto di settore e, come avviene nelle cause mediche, diventa l’anima di tutto».