C’era una volta “il lavoro”

C’era una volta l’articolo 1 della Costituzione, secondo cui l’Italia è una Repubblica democratica “fondata sul lavoro”. Oggi, con gli ultimi dati forniti dagli istituti di statistica, viene da chiedersi se le cose stiano ancora così. I numeri e le percentuali di coloro che cercano lavoro e non lo trovano, o che lo hanno perduto, o che addirittura hanno rinunciato a cercarlo, fanno davvero impressione. In questo quadro la legge Fornero, presentata enfaticamente come una riforma in grado di invertire la rotta, rischia di peggiorare ulteriormente le cose. Più rigidità, più vincoli, più difficoltà ad assumere da parte degli imprenditori.
A rendere ancor più drammatica questa situazione, già pesante a causa della crisi economica che ha investito l’intero Occidente, vi è poi il mutamento dell’idea stessa di lavoro a cui abbiamo assistito in questi ultimi decenni. Un mutamento innanzitutto semantico rispetto a quanto previsto dalla Carta del ’48: oggi il “lavoro” è stato sostituito dalla “occupazione”. Non un banale gioco dei sinonimi, ma una concezione profondamente diversa, specchio dei cambiamenti sociali e culturali avvenuti in Italia dalla fine degli anni Sessanta in poi. Così dal “labor”, cioè dall’idea di fatica, si è passati alla “occupatio”, ossia al mero essere indaffarati. L’etimologia di “lavoro” è ben più ricca di quella di “occupazione”, che implica soltanto il “prendere possesso di un luogo”. “Labor” deriva dalla radice “labh”, che esprime in senso figurato il “volgere il desiderio, la volontà, l’intento, l’opera a qualcosa”, e quindi “l’agognare, l’intraprendere, l’ottenere”. “Lavoro” è dunque un vocabolo più comprensivo di “occupazione”: sottende un maggiore coinvolgimento della persona e, soprattutto, il suo essere in relazione con qualcos’altro e con qualcun altro.
All’impoverimento e allo svuotamento semantico, perciò, hanno corrisposto un impoverimento e uno svuotamento culturale e sociale. Questo passaggio si può far coincidere con quel fenomeno che è stato definito “avvento della società radicale”. Esso ebbe inizio con lo sgretolarsi del tessuto tradizionale e valoriale che aveva innervato per secoli il popolo italiano ed aveva poi trovato espressione nei princìpi fondanti della nostra Carta costituzionale, in particolare nella centralità assegnata al lavoro e alla famiglia. Lavoro e famiglia, nella visione che emerge dalla Costituzione, sono i due pilastri coessenziali alla tenuta della nostra società. Con l’affermarsi dell’individualismo di stampo radicale essi vengono indeboliti. Ciò che era indissolubilmente unito viene diviso. E così il lavoro diventa un problema esclusivamente del singolo e non più dell’intero corpo sociale, perde la dimensione di dedizione e di sacrificio per qualcosa che va oltre sé, per la famiglia e per il popolo a cui si appartiene.
La mancanza di sicurezza e di certezza del lavoro che registriamo oggi è quindi anche frutto di questo processo. È lo specchio di una “società dei soli” che sembra aver smarrito il senso dell’avventura comune, delle proprie profonde radici di popolo e del compito che spetta ad ognuno all’interno di una comunità umana. Come ha più volte sottolineato Papa Benedetto XVI, la crisi che viviamo oggi non è soltanto economica, ma è “la drammatica espressione di un profondo malessere” della società, che ci obbliga a riflettere “sull’importanza della dimensione etica prima ancora che sui meccanismi che governano la vita economica”. Non soltanto “per cercare di arginare le perdite individuali o delle economie nazionali”, ma anche e soprattutto “per darci nuove regole che assicurino a tutti la possibilità di vivere dignitosamente e di sviluppare le proprie capacità a beneficio dell’intera comunità”.
Il nostro impegno, dunque, deve andare non soltanto nella sacrosanta direzione di creare nuova “occupazione” – e sarebbe già un traguardo notevole di questi tempi – ma anche di ricreare quel clima di coesione sociale e quel senso di appartenenza a una storia, a una tradizione, a un popolo, che sono precondizioni indispensabili per far ripartire il motore del vero sviluppo, della vera crescita, e quindi del vero “lavoro”.