Mario Sechi: «No agli insulti, si guardi al futuro»

Mentre le temperature estive non accennano a diminuire, ad alzare il termometro della polemica politica contribuisce un’avvio di campagna elettorale che nel suo infuocato fondo sul Tempo di ieri il direttore Mario Sechi, commentando la guerra a colpi di slogan desueti ed epiteti furenti tra Grillo e Bersani e tra il Pdl e il Pd definiva, “rabbrividendo”, «fasciocomunista». Ma che senso ha, abbiamo chiesto al direttore Sechi, rispolverare le vecchie categorie di fascismo e comunismo, utilizzate però nella loro degradata accezione antropologica più che storica? «Nessuno – ci ha risposto lapidario – anche perché la storia sono in pochi a conoscerla. O meglio, chi pronuncia quelle parole in quel modo e in quel contesto, dimostra di non conoscere la storia, né Bersani, né chi nel Pdl usa la parola comunisti a sproposito».

E comunque, diatribe polemiche a parte, come lei ribadisce nel suo fondo, la situazione interna e internazionale è talmente grave e complessa che richiederebbe ben altre analisi e strategie. Quali?

Bisognerebbe intanto ripartire dal chiedere ai partiti qual è il loro programma per dopo le elezioni: ossia, una volta finita la campagna elettorale, che cosa intendono fare? Qual è la ricetta del Pdl, e quale quella del Pd, sul debito pubblico? Come si fa a far ripartire il Pil? In che modo intendono mettere un laccio all’emorragia dilagante dei posti di lavoro? Quali strategie si intendono attuare per affrontare l’emergenza del meridione, ormai una specie di iceberg che si sta staccando dal resto del Paese? Su tutto questo noi non sappiamo niente…

A fronte, invece, di quali consapevolezze?

Sappiamo, per esempio, che stanno provando a fare una legge elettorale in cui salvano il potere di nomina dei partiti; una legge elettorale che va a svantaggio dei partiti piccoli, scoprendo il fianco sul tema della rappresentatività delle minoranze e del diritto di tribuna, una questione da non sottovalutare in un Paese con uno scenario politico polverizzato come il nostro. Sappiamo che stanno dibattendo sulle ipotesi di nomina del prossimo governo: sarà Napolitano a farlo o il suo successore? Le due diverse risposte determinano due panorami politici molto diversi: se infatti dovesse essere Napolitano a nominare il nuovo governo, vorrebbe dire che si va ad elezioni anticipate data la  concomitanza della scadenza del Parlamento e del Quirinale, se non dovesse essere Napolitano a nominare il nuovo governo, la legislatura finirebbe invece alla sua scadenza naturale e si aprirebbe un’altra partita. Sono, insomma, tutti impegnati su “questioni di palazzo” che capisco benissimo, ma credo sia più urgente arrivare a comprendere cosa si vuole fare di questo nostro disgraziato Paese nei prossimi dieci, vent’anni, cosa che invece non si capisce per niente.

Ma allora, rispetto all’enormità delle questioni aperte da risolvere a cui ha appena fatto riferimento, quali sono i valori fondanti in base ai quali etichettare e distinguere, anche sulla base dei programmi di governo a cui faceva riferimento poco fa, i due schieramenti in campo?

Destra e Sinistra esistono ancora, non ci sono dubbi su questo. Faccio un esempio molto pratico: l’approccio di una destra liberale – che in Italia per la verità esiste solo a macchia di leopardo – rispetto alla spesa pubblica, per dirne una, è un approccio che prevede tagli, privatizzazioni, mentre sulla stessa questione la sinistra si esprime rispondendo con il ribadire la necessità di uno stato sociale; mi sembrano due differenze programmatiche molto importanti.

Cosa farà la differenza allora al momento del voto?

La differenza, come sempre, la farà il fisco. In qualsiasi società occidentale, anche sgangherata come quella italiana di questo momento, la differenza nell’urna la fa il fisco, insieme al lavoro, dato che sono due realtà che procedono di pari passo: abbiamo visto, infatti, che ad una forte pressione fiscale, purtroppo, in tempi di recessione, corrisponde un alto tasso di disoccupazione.

E invece, in termini socio-culturali, per segnare la differenza su cosa si insisterà? Sui temi dell’euro, della cittadinanza agli immigrati di seconda generazione, o su cos’altro, secondo lei?

Qui scendiamo su un terreno scivoloso. C’è, infatti, un filone di critica all’euro, che però oggi attraversa, curiosamente, sia la sinistra che la destra, ed è un filone che ha un suo fondamento. Diciamo allora che ci si differenzia sul grado di europeismo. Mi spiego meglio: la sinistra negli ultimi vent’anni, attraverso dei suoi governi tecnici, (e dico appositamente “suoi”, perché erano di fatto delle propaggini di governi di sinistra o centro-sinistra), ha vissuto l’Europa come un totem che non si poteva criticare; mentre, al contrario, il centrodestra si schierava tra gli euroscettici. E poi? Sui temi importanti della contemporaneità, che sono, per esempio, la durissima battaglia tra oriente e occidente, tra le grandi masse di ricchezza che si stanno spostando in Asia – con l’impoverimento abbastanza rapido dell’Europa, e le difficoltà dell’economia americana a governare questo processo – qual è la nostra opinione in merito? E quale, tanto per dirne un’altra, la nostra posizione sullo sviluppo dell’Africa, in particolare dei paesi del Mediterraneo che hanno vissuto le cosiddette “Primavere arabe”, che poi si sono rivelate degli inverni? Qual è l’opinione dei partiti che aspirano a governare sulla questione di non trascurabile entità dell’atomica iraniana? Sono tutte domande insolute… Così come è al momento un interrogativo senza risposta la questione del fisco italiano: sulla questione, infatti, non basta dire che nelle intenzioni programmatiche c’è quella di abbassare le tasse, devono dirci come intendono farlo, e come trovare le somme a copertura. E come si pensa di arginare un debito galoppante che a giugno ha toccato 1972,9 miliardi? Non lo sappiamo, in compenso si discute di fascismo e comunismo, tornando al ventennio o, nella migliore delle ipotesi, agli anni Cinquanta, quando però, dall’altra parte, non c’erano Bersani e Casini, ma Togliatti e De Gasperi…