L’impegno civile dei “pupi antimafia”

Nel ventennale delle stragi mafiose del ’92 anche la tradizionale opera dei pupi smette di raccontare le gesta eroiche dei paladini di Francia per narrare quelle di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, “eroi normali” di casa nostra, nati e uccisi in un’Italia in cui i miti rischiano di diventare un ricordo d’altri tempi. È stata proprio questa la considerazione che ha spinto Angelo Sicilia, quarantenne “puparo” siciliano, a dar vita e voce ai suoi “pupi antimafia”, nei quali ha unito la tradizione  marionettistica siciliana e quella del teatro sociale d’impegno civile, inaugurando un genere del tutto inedito, ma dal fortissimo impatto emotivo. E così, al repertorio classico costituito dai filoni storici del ciclo carolingio, del ciclo bretone, dalle storie di matrice religiosa e da quelle ispirate all’opera shakespeariana, si aggiungono adesso i pupi antimafia, in cui le avventure di Carlo Magno, di Orlando e di Rinaldo lasciano il posto a una comicità più amara, legata ai drammi che hanno sconvolto l’Italia in un passato che sembra lontano anni luce, ma che in realtà è dietro l’angolo e i cui effetti sono ancora oggi ben impressi nella vita di tanti.
Con il suo teatrino itinerante il puparo diviene avanguardia culturale per un realismo tutto nuovo, in cui la vicenda umana di Falcone e Borsellino si trasforma in occasione per una sperimentazione inedita e in controtendenza rispetto ai miraggi progressisti di certe culture artistiche contemporanee. Un teatro nuovo ma al contempo antico, che riporta alla semplicità della narrazione da strada e utilizza i canoni della tradizione popolare delle marionette. Le storie dei due magistrati vengono, infatti, raccontate con il linguaggio diretto del teatro dei pupi, che è di immediata comprensione e non lascia spazio a equivoci.
Per comprendere come sia stata possibile la nascita dei pupi antimafia, basta percorrere la storia personale e artistica di Angelo Sicilia. Negli anni Ottanta militante a Palermo di Democrazia Proletaria, coltivava – poco più che ventenne – un rapporto di confronto e dialogo costante con i ragazzi del Fronte della Gioventù, con quei giovani missini piombati loro malgrado nel deserto degli “anni del riflusso” direttamente dalle macerie degli anni di piombo in cui lo slogan preferito da molti figli di papà che giocavano a fare i rivoluzionari era «uccidere un fascista non è reato». E così, pur militando nell’estrema sinistra, il futuro puparo leggeva in quegli anni Julius Evola e gli autori di destra di cui la cultura ufficiale non parlava, pubblicati allora solo da coraggiose case editrici di “area”, per lo più sconosciute a chiunque non appartenesse a quel mondo. Poi, nel ’92, le stragi di mafia e la decisione di dedicarsi interamente all’opera dei pupi quale occasione d’impegno civile, intraprendendo un periodo di ricerca personale che lo ha portato qualche anno fa alla creazione di un museo dei pupi siciliani a Caltavuturo, nel cuore della Sicilia: «Ricordo che, ai funerali di Paolo Borsellino, noi di sinistra eravamo spalla a spalla con i ragazzi di destra, lanciando monetine contro i ministri che ipocritamente affollavano la chiesa e contestando insieme quel potere che aveva lasciato assassinare questo coraggioso magistrato. Fu un’esperienza generazionale condivisa, che ha lasciato un segno profondo e indelebile in tutti noi».  
Oggi Angelo Sicilia, con i suoi pupi antimafia e il suo museo delle marionette, si definisce evoliano, forse sui generis rispetto a certi stereotipi da manuale, ma proprio per questo molto più interessante: «Il mio teatro – afferma – è un esempio di come sia possibile vivere la Tradizione fra le rovine di un mondo che va in frantumi, parlando a tutti con il linguaggio dell’arte».