Le ruote per i trovatelli? Sono civili, non medievali

Lo scorso 6 luglio un neonato è stato abbandonato nella “culla per la vita” della clinica Mangiagalli di Milano che per la prima volta ha accolto una vita nascente. Una buona notizia, se non fosse che a giugno l’Onu ha condannato la diffusione delle moderne “ruote degli esposti” in Europa, asserendo che se vengono troppo sostenute ciò impoverisce le politiche a tutela della famiglia. Ma salvare una vita è un fatto che dovrebbe rallegrare chi si batte per i diritti dell’infanzia, al di là delle sfumature ideologiche. E se la ruota ha un sapore “medievale” questo non significa che merita una bocciatura aprioristica.
La prima "ruota degli esposti" fu costruita in Francia alla fine del XII secolo, nel 1188, nell’ospedale di Marsiglia. In Italia la prima “ruota” avrebbe fatto la sua apparizione nel 1198, su volere di Papa Innocenzo III che, secondo la leggenda, avrebbe assistito alla “pesca” nel Tevere dei corpi di tre neonati annegati. Nei secoli la ruota ha salvaguardato i diritti e non li ha violati, ha promosso la vita e non l’ha soppressa. Ai contemporanei toccherà tollerarla, anche se essere trovatello non è una condizione invidiabile. Ma le ruote non determinano il destino individuale, ne prendono atto. Incoraggiano azioni di pietà, di solidarietà, di responsabilità. Valori positivi, senza i quali i tempi diventano davvero troppo “oscuri” per essere chiamati civili.