L’uomo che suonava tra i morti di Sarajevo

Si morì nelle strade, nelle case, nei bunker, nelle cantine, negli ospedali. Si morì di bombe, di fame, ammazzati, sorpresi dai cecchini, di malattie altrimenti curabili. Ma soprattutto per mesi e mesi morì la speranza. Era la Sarajevo di vent’anni fa. Sino all’inizio della guerra, la capitale della Bosnia era una città in costante crescita, da pochi anni vi si erano disputate le Olimpiadi invernali, nel 1984. Inoltre, in una nazione che iniziava a frammentarsi tra le varie etnie, era un modello di integrazione e di multiculturalismo. L’assedio pose fine a tutto questo, pose fine ai sogni.
Il governo bosniaco aveva dichiarato l’indipendenza dalla Jugoslavia, ma Belgrado non era disposta a lasciar correre. Così l’Armata nazionale jugoslava e l’Esercito serbo-bosniaco (c’erano molti serbi in Bosnia e anche nella stessa Sarajevo) iniziarono quello che è passato alla storia come l’assedio più lungo dopo la Seconda guerra mondiale: dal 5 aprile 1992 all’ottobre del 1995, quando fu firmato il cessate il fuoco: nel febbraio successivo, con gli accordi di Dayton ristabilirono la pace. Il governo bosniaco dichiarò ufficialmente la fine dell’assedio proprio a fine febbraio 1996.
I serbi bombardavano alla cieca dalle alture sovrastanti la città, e se il numero delle vittime non fu superiore lo si deve solo a come Tito aveva strutturato le città jugoslave in previasione di un attacco dall’Occidente. C’erano infatti dappertutto bunker, rifugi sotterranei, cantine rinforzate, vie di fuga, piani di emergenza, gruppi elettrogeni, insomma tutto quello che avrebbe consentito di resistere a un’invasione dall’esterno. Solo che invece arrivò dall’interno.
I primi due anni, il 1992 e il 1993 furono i peggiori quanto a vittime e a disagi per la popolazione; anche se le derrate in qualche modo erano garantite dalle Nazioni Unite e da tunnel che uscivano dalla città, la vita era comunque difficile. In seguitò tornò anche il gas, dopo la minaccia dei caschi blu di tagliare il gasdotto che giungeva sini in Serbia. In più, i cecchini serbi dai vari quartieri della capitale bosniaca sparavano contro chiunque si avventurasse per quasiasi motivo all’aperto. Il capo dei pompieri delle Nazioni Unite Triozzi, presente in loco in quel periodo, ci ha raccontato che a un certo punto alla caserma dei vigili del fuoco giungeva una telefonata in cui si annunciava un grande incendio. I pompieri correvano all’indirizzo indicato, ma venivano fatti oggetto di raffiche di mitra. Dopo un po’ i pompieri accorrevano solo dopo che per un incendio giungevano al centralino chiamate di più persone diverse. Si calcola che nel periodo dell’assedio circa un’ottantina di pompieri abbiano perso la vita mentre lavoravano.
Le Nazioni Unite attuarono un ponte aereo per gli aiuti umanitari, durato più di quello di Berlino, dispiegando 24 mila caschi blu in tutta la Bosnia, ma la gente nella capitale e nel resto del Paese continuò a morire per tre anni e mezzo. Le prime vittime furono due giovani donne, Suada Dilberovic e Olga Sucic, uccise dai cecchini serbi sul ponte che oggi porta il loro nome, mentre manifestavano per la pace il 5 aprile 1992. Il giorno dopo la Comunità europea e gli Usa riconobbero l’indipendenza della Bosnia dalla Jugoslavia, e quel sei aprile divenne formalmente l’inizio dell’assedio di Sarajevo e della guerra in Bosnia. E quel giorno arrivò il primo bombardamento a opera dell’artiglieria pesante dell’esercito federale jugoslavo che già da due mesi era dispiegata sulle colline tutt’intorno alla città: 1.600 bocche di fuoco, 100 carri armati, 180 blindati e 12.000 soldati stringevano la capitale in un cerchio di 62 chilometri. Gli abitanti di Sarajevo riusciranno solo nell’estate del 1993 a fare una “breccia” nel muro di sangue e di terrore, scavando un tunnel sotto la pista dell’aeroporto. Molti protagonisti di quella resistenza oggi si sentono accerchiati come vent’anni fa, stretti come in una camicia di forza dall’accordo di pace di Dayton che ha suggellato la divisione etnica impedendo alla Bosnia di avere un futuro di normalità.
Ma le storie sono tante, ognuna a suo modo commovente e diversa. Una delle più belle è quella del suonatore di violoncello. Il 27 maggio 1992 avvenne una delle stragi più efferate: una granata colpì in pieno la folla in fila per ricevere il pane: 22 morti, tutti civili, come l’85 per cento dei morti di Sarajevo durante l’assedio. Vedran Smailovic era un cittadino di Sarajevo, primo violoncellista dell’Orchestra sinfonica cittadina. Vide tutto dalla sua finestra, si disperò, pianes, poi fece una cosa strana: scese in strada col suo violoncello e iniziò a suonare l’Adagio di Albinoni sulle macerie dell’ esplosione con i corpi delle vittime dilaniati. Smailovic sostenne in sequito che si trovò a suonare quel brano inconsapevolmente. Ma la storia ha sempre le sue ragioni e i il suo profondo significato: quella composizione musicale fu scritta nel 1945 e pubblicata nel 1958 da Remo Giazotto. Il quale ha sempre dichiarato di essersi limitato a “ricostruire” l’Adagio sulla base di un frammento di Tomaso Albinoni ritrovato tra le macerie della biblioteca di Stato di Dresda in seguito al bombardamento della città avvenuto durante la seconda guerra mondiale a opera degli anglo-americani, che in quell’occasione causarono circa centomila vittime, anche stavolta quasi tutte civili, giacché la città non era obiettivo militare.
In seguito, per 22 giorni, tanti quanti i morti del mercato, Vedran continuò a suonare il suo violoncello per le strade della sua cittò, cambiando posto continuamente e continuamente sfidando i cewcchini che prendevano di mira chiunque si trovasse allo scoperto. Nei mesi seguenti continuò a suonare per i suoi concittadini, soprattutto ai numerosi cortei funebri, fregandosene del fatto che i funerali erano assembramenti di folla particolarmente presi di mira dagli assedianti. In questo modo la gente di Sarajevo riconquistò la speranza e la determinazione. Uno che suona a rischio della vita per onorare i suoi compatrioti morti fa il paio con un quotidiano che stampa ed esce sotto le bombe e con la redazione distrutta, come fu il caso del glorioso s“Oslobodenje”, la cui sede distrutta per anni dopo l’assedio rimase come memoriale.
Le gesta di questo artista bosniaco commossero il mondo e furono fonte di ispirazione per altri artisti: David Wilde scrisse un pezzo per il violoncello chiamato “Il violoncellista di Sarajevo”. Questa composizione sarebbe stata poi registrata dal celebre violoncellista cinese Yo-Yo Ma. Il canante folk John McCutcheon ha scritto in suo onore la canzone “Nelle strade di Sarajevo”, mentre Paul O’Neill affermò di essersi ispirato al coraggioso gesto del violoncellista nello scrivere il medley “Christmas Eve/Sarajevo 12/24”.
Successivamente Vedran Smailovic lasciò Sarajevo per andare a vivere a Warrenpoint, un un cottage di pietra nell’Irlanda del Nord, ospite di un suo amico musicista. Non si è mai arricchito o lucrato con i “concerti si solidarietà” per questo o per quello come hanno fatto molti suoi colleghi divenuti famosi. Si occupa di iniziative culturali nel campo della composizione della musica. Qualche anno fa disse che le granate, il sangue, l’incotro ravvicinato con la morte gli hanno spezzato qualcosa dentro e che anche Sarajevo è cambiata per sempre, dichiarando che non sarebbe mai più tornato a viverci: «Basta il suono di una sola granata per cambiarti per sempre la vita e farti perdere la ragione», disse qualche anno fa.
Eppure oggi, nel ventennale dell’assedio, Vedran è di nuovo là, per suonare ancora e per onorare ancora i suoi concittadini, vivi e morti, che ascolteranno tutti insieme l’Adagio di Albinoni. Oggi infatti la città di Sarajevo organizza un concerto davanti a 11.541 sedie vuote, quante le vittime dell’assedio alla capitale bosniaca. Un assedio assurto a simbolo della disgregazione violenta della Federazione jugoslava, iniziata nel 1991. Le sedie rosse saranno raccolte in 825 file lungo la principale arteria della città bosniaca, il viale Maresciallo Tito.