Un indiano narra l’epos della sua gente sottomessa

Per le migliaia di lettori dei fumetti di Tex Willer o per gli appassionati di cinematografia western Passarono di qui (Odoya, pp. 544, € 22) di Mario Monti è come una bussola per orientarsi tra tribù Apache, Sioux e assalti del famigerato Custer. L’autore, scomparso nel 1999, per oltre vent’anni direttore della Casa editrice Longanesi & C. (dal 1956 al 1979), ha realizzato così il più interessante e accurato testo italiano sul sogno incompiuto della nazione indiana.
L’opera – dedicata a Sergio Bonelli “che cavalca nelle praterie celesti” – racchiude una ricerca figlia della temperie degli anni Settanta, tra i successi di film come Il piccolo grande uomo diretto da Arthur Penn (aveva tra gli attori un vero capo indiano, Dan George), Un uomo chiamato cavallo di Elliot Silverstein e la grande diffusione tra i giovani, politicizzati e non, di Alce Nero parla. Vita di uno stregone dei sioux Oglala (Adelphi), biografia scritta da John Neihardt, e Seppellire il mio cuore a Wounded Knee (Mondadori) di Brown Dee.
«Che in America non ci fossero soltanto interessi umanitari, ma anche risvolti politici in questo rovesciamento di posizioni quasi tradizionali è ben noto. Ma una grande verità – già prevista dagli indiani stessi – era che a quella civiltà, nella sua ansiosa corsa per il progresso e la crescita economica, presto sarebbero occorsi insegnamenti e pratiche di altre del passato, anche di quelle che aveva cercato di cancellare per sempre»: Monti è consapevole di come la storia dalla repressione violenta di un popolo, attraverso il sistematico passaggio per le armi di capi indiani, guerrieri insieme a donne e bambini, contribuisca a tracciare i connotati di una ideologia imperialista che – riverniciata in versione “interventismo umanitario” – sopravvive ancora ai giorni nostri. Rielaborando la pubblicistica che veniva editata in concomitanza con il Bicentenario degli Stati Uniti, è stato possibile rivivere le vicissitudini delle popolazioni indiane del Nord America, alla fine dell’Ottocento. «Occorreva – puntualizza Monti – infine, trovare un personaggio o due che collegassero gli avvenimenti e in qualche modo ne spiegassero il significato. La mia scelta cadde su Joshua Kelso, scout bianco protagonista del romanzo a sfondo storico di Clay Fischer Yellow Hair (1973), e Poundmaker, capo dei Cree del Canada, la cui biografia è stata tracciata nel libro anonimo di Norma Sluman del 1967». Attraverso gli occhi di un indiano al servizio di Custer, ma con il cuore che batteva per la nazione indiana, e con quelli di un prometeico leader di una tribù, Monti ha annodato i fili di un canovaccio narrativo entusiasmante, che coglie in pieno le venature biografiche dei protagonisti.
«La storia di questi indiani? – disse Joshua Kelso – la si racconta in un minuto… Sì, guerre, battaglie, massacri e migliaia e migliaia di personaggi spesso molto differenti l’uno dall’altro, ma dal principio fino alla fine gli elementi fondamentali sono sempre due: il loro incontro con i bianchi e la proprietà della terra. In entrambi i casi i bianchi sono schierati in modo opposto e in buona o cattiva fede»: nel prologo lo scout chiarisce come secondo una diffusa vulgata gli indiani fossero stati descritti più o meno come selvaggi da una civiltà che, «con i dieci comandamenti in una mano e la spada nell’altra» ne postulò «l’immediato sterminio». E tra battaglie, strategie e vita inquieta negli accampamenti dei due fronti, sono i caratteri dei protagonisti a risaltare, mentre la ragionevolezza – anche nella resa – dei capi delle tribù spesso è stata schiacciata dal realismo militare di Custer. La ferocia del militare americano, immortalata nelle sentenze della Corte Marziale che ne condannarono gli eccessi, nel racconto di Monti risalta insieme alla forza carismatica del personaggio, con il fascino che esercitava sugli ufficiali sottoposti e sulla truppa, la capacità di motivare gli uomini a disposizione, anche attraverso la brama di “uccidere un indiano”, di custodire uno scalpo di un nativo che difendeva solo la sua terra e il diritto delle sue genti di continuare a pascolare bisonti nelle praterie. E il nemico, nelle parole di Toro Seduto, ha le sembianze di chi compie un sacrilegio in nome del produttivismo: «Per strano che sembri, questi uomini hanno una mente che li porta a far fruttare il suolo, e l’amore per il possesso è per loro una malattia. Pretendono che la nostra madre, la terra, sia stata fatta per loro uso e consumo e tengono lontani i vicini con i recinti, e la offendono erigendo edifici e lordandola con i rifiuti».
Nell’epilogo si manifesta il tratto velenoso della scelta mercenaria, inquadrata dalle parole di Kelso a proposito di Poundmaker: «Il vecchio scout – scrive nell’epilogo Monti – si accese la pipa prima di rientrare nel suo albergo (…). Chissà perché pensava al nome di Poundmaker, l’amico perduto. Era la traduzione inglese, come lui stesso aveva detto all’inizio dei loro incontri, del suo nome indiano; “Uno che fa i pound” (così erano chiamati i recinti dei pony); uno che ruba i cavalli, dunque, come era conosciuto da giovane, non ingloriosamente, per la sua abilità di impadronirsi dei cavalli nemici. Poi quel nome anche per i canadesi e gli americani era divenuto Peacemaker, uno che fa la pace. Ci aveva provato tante volte, infatti, fino all’ultimo; però ora veniva chiamata “pound” anche la moneta inglese: poteva dunque, significare anche “Uno che fa quattrini”».