Monti vive il suo momento peggiore: il “Signor Rossi” ha le tasche vuote

Per Monti è il momento è difficile, forse il più difficile. Non solo perché si è ritrovato nelle stesse situazioni in cui si trovava Berlusconi (la “guerra” dei No Tav, le intrusioni dei centri sociali, le polemiche sulla polizia, sinistra con il dito puntato contro il ministero), ma anche perché i problemi economici delle famiglie stanno crescendo a dismisura. Lo certificano i dati: i giovani non trovano lavoro manco a pagarlo a peso d’oro, i prezzi sono aumentati dappertutto, persino nei supermercati – dove si moltiplicano offerte e prodotti scontati – riempire il carrello della spesa diventa difficile, le bollette del gas sono stangate, della benzina è meglio non parlarne. Si risparmia sui caffè al bar, magari si rinuncia a una tavoletta di cioccolato e si tira avanti. Forse con i “tecnici” c’è la sensazione di essere entrati in un tunnel o forse si fanno sentire le stangate dei primi provvedimenti economici quando, nel giro di poche ore, ci fu un’impennata dei prezzi e le famiglie furono sacrificate sull’altare dello spread e delle esigenze dell’alta finanza. Una scelta che Monti pagò con un calo di popolarità, riguadagnata grazie alle liberalizzazioni “corrette” dalle modifiche migliorative del Pdl.

I problemi sono tutti sul tappeto

La trattativa sul mercato del lavoro si ferma: il governo ha bisogno di una pausa di riflessione per trovare risorse e finanziare in qualche modo gli ammortizzatori sociali. La disoccupazione, come detto, continua a correre. A gennaio, fa sapere l’Istat, ha raggiunto il 9,2 per cento, in rialzo di 0,2 punti rispetto a dicembre e addirittura di un punto su base annua. Il valore più alto dal primo trimestre del 2001. Un’emergenza forte, che diventa addirittura preoccupante se dal dato medio si passa a quello disaggregato: i giovani (15-24 anni) senza lavoro sono il 31,1 per cento con un aumento di 2,6 punti rispetto a un anno fa. Un dramma dovuto al fatto che c’è la crisi, il Pil non cresce e gli occupati nemmeno. Ma anche alcune delle riforme effettuate sembrano remare contro: quella delle pensioni, ad esempio, che restringe le possibilità di uscita per pensionamento, sta trattenendo in fabbrica i lavoratori più anziani, gli over 55, che scontano la comparsa sulla scena delle finestre mobili e, successivamente, l’addio alle pensioni d’anzianità.

Allarme Europa
Se Atene piange, Sparta non ride. Nell’Eurozona, a gennaio, la disoccupazione si è attestata al 10,7 per cento: il dato peggiore dal 1999. «Livelli drammatici», secondo il presidente della Commissione José Manuel Barroso, che pensa agli eurobond per sponsorizzare la crescita. Anche qui (con accenti diversi da paese a paese) a preoccupare di più sono i giovani, che risultano più vulnerabili rispetto alle difficoltà produttive delle imprese: i datori di lavoro reagiscono alle pressioni che arrivano dal fronte economico riducendo le assunzioni di nuovi giovani lavoratori. E di pressioni in questo momento – con la Grecia sull’orlo del fallimento, il Portogallo, la Spagna l’Irlanda, l’Italia e la Francia in difficoltà – ce ne sono davvero molte. Anche perché la ricetta tedesca per traghettare le economie del Vecchio Continente fuori dalla crisi del debito rischia di produrre un autoavvitamento che non aiuta certo lo sviluppo. Il caso dell Grecia fa scuola. Nei prossimi anni Atene, nonostante i tagli, rischia di non essere in grado di pagare nemmeno gli interessi sul debito.

L’inflazione cresce
Un’ulteriore complicazione rischia di arrivare dal fronte dei prezzi. Al momento non è ancora il fenomeno più preoccupante (3,3 per cento a gennaio, ma per il cosiddetto carrello della spesa siamo arrivati al 4,5 e per il gas naturale al 15,6 ), è evidente però che se l’inflazione sale, le tasse aumentano (la recente manovra Monti le ha portate a livelli record), il lavoro manca, le retribuzioni sono ferme al palo e le famiglie non consumano. Quindi l’input alla crescita del fronte privato non arriva e quello pubblico non c’è perché è proprio in questo settore, caratterizzato da sacche di inefficienza, burocrazia e clientelismo, che si debbono concentrare i tagli destinati a portarci fuori dalle secche di un’economia malata il cui debito ha ormai raggiunto i 1.900 miliardi di euro. Un dato, questo, di grande preoccupazione, nel momento in cui lo spread tra il nostro Btp decennale e il bund tedesco sale e trascina con se gli interessi sui titolo pubblici che lo Stato deve pagare ai risparmiatori per finanziarsi.

Negoziato in panne
Il problema del momento è costituito dal negoziato sul mercato del lavoro. Il governo ha più volte confermato che la riforma vedrà la luce entro marzo. Con o senza l’accordo del sindacato e degli industriali. L’articolo 18 è l’argomento più spinoso. La flessibilità in uscita, che si intende incentivare abolendo il diritto di reintegro per alcune fattispecie di licenziamenti, è considerata importante dagli industriali ed è vista con favore dal governo. Nessun reintegro sul posto di lavoro ma, in sua vece, un equo indennizzo, almeno nei casi di licenziamento per motivi economici. I sindacati, però, fanno muro mentre la Fornero vuole andare avanti senza tabù. Intanto se cerca di raggiungere un’intesa almeno per quanto riguarda gli ammortizzatori sociali. Il governo, che intenderebbe abolire la cassa integrazione speciale (cigs), ha chiesto una pausa di riflessione per reperire risorse e finanziare le novità da concordare. Basterà?

Barricate della Lega
La Lega, intanto, prepara le barricate sulle pensioni. Ha contrastato la riforma in Parlamento e adesso si affida all’arma della proposta di legge di iniziativa popolare per cancellarla. Ieri Bossi e Maroni si sono presentati presso la cancelleria della Corte di Cassazione dove hanno depositato un progetto che prevede la garanzia delle pensioni di anzianità con 40 anni di contributi. La campagna sarà ufficializzata il 17 marzo dal Parlamento della Padania e successivamente ci sarà la raccolta delle firme. Ma contribuisce a creare nuova tensione su un tema di per sé incandescente.