L’Afghanistan non ne può più dei cowboy

I soldati americani hanno passato il segno. E non è la prima volta. Tanto che gli afghani hanno esaurito la pazienza sulle azioni «arbitrarie» delle truppe straniere. Lo sostiene il parlamento afghano, che ieri ha condannato il massacro dei 16 civili uccisi domenica da un soldato americano. «La Wolesi Jirga (parlamento) chiede fermamente che il governo americano punisca i colpevoli» del massacro di 16 civili ieri nel sud dell’Afghanistan.
Domenica c’è stata una autentica carneficina, compiuta porta per porta, di donne, bambini e vecchi, mentre di notte dormivano nelle loro case; sangue dappertutto, almeno 17 corpi crivellati di pallottole e poi cosparsi di benzina e incendiati. È accaduto in due villaggi della provincia di Kandahar; questa la scena che si è presentata ai testimoni dopo l’incursione notturna di uno (o più) soldato americano. Chi dice impazzito, chi esaurito, chi parla di un gruppo di ubriachi. Un nuovo macigno comunque sui difficili rapporti fra Stati Uniti e Afghanistan, con il presidente Hamid Karzai – peraltro il miglior amico di Washington in Afghanistan – che grida all’ «omicidio deliberato», e quindi «imperdonabile», chiedendo spiegazioni a Usa e Nato. Un anziano del villaggio, Haji Samad, ha raccontato che rientrando in casa ha trovato i cadaveri di undici membri della sua famiglia, fra cui figli e nipoti. Quattro le case «visitate» dall’assassino, nei due villaggi di Alokozai e Garrambai, nel distretto di Panjwayi, culla spirituale ed ex roccaforte dei talebani, a 500 metri da una base Usa. Sul luogo del massacro si è precipitato un cronista della France Presse, che ha fornito una testimonianza di prima mano, che mostra analogie con la descrizione di Samad. L’efferatezza del massacro rischia di far precipitare i rapporti, già tesi, fra Kabul e Washington e di far deflagrare l’ostilità popolare nei confronti delle truppe straniere, già esacerbata dal rogo del Corano e da uno stillicidio di episodi di gratuito disprezzo e di civili morti, vittime di azioni militari aeree fuori bersaglio, come quando spararono su un corteo nuziale perché i convitati. come d’uso da quelle parti, festeggiavano con raffiche di kalashnikov in aria… E ora gli americani temono una nuova ondata di violenze e hanno invitato i concittadini a stare all’erta per possibili rappresaglie. Oggi, per colpa di questi comportamenti, non solo tutti i soldati Isaf sono in pericolo, ma sono considerati da tutti e a tutti gli effetti come parte di un autentico esercito invasore. Anche i talebani hanno promesso che vendicheranno la strage di civili. «L’Emirato islamico dell’Afghanistan – si legge sul sito web dei talebani – garantisce agli eredi delle vittime che si vendicherà con gli invasori e i selvaggi assassini per ogni martire».
Il comandante delle truppe Usa e della missione Nato in Afghanistan, il generale John Allen, ha affermato di essere «assolutamente impegnato nell’assicurare che chiunque sia riconosciuto colpevole di comportamenti sbagliati venga perseguito». Lo stesso Barack Obama ha detto che «questo incidente è tragico e scioccante». Ora sarà fatto di tutto per «assicurare nei tempi più brevi possibili i responsabili alla giustizia». Il Commander in Chief della prima potenza militare al mondo non perde tempo. In una nota ufficiale della Casa Bianca delinea con chiarezza la sua posizione sul massacro compiuto da un suo soldato ai danni di almeno 17 civili inermi. Obama sottolinea che quel soldato criminale «non rappresenta lo straordinario carattere dell’esercito americano e il profondo rispetto degli Stati Uniti nei confronti del popolo afgano». Una mossa chiara che annuncia un’inchiesta trasparente. Il suo obiettivo è salvaguardare il rapporto di fiducia che un Paese e il suo Presidente deve sempre avere nei confronti delle sue forze armate, ma anche assicurare giustizia, allo scopo di placare l’ira di chi pensa già a una rappresaglia. In ogni caso, il Pentagono ha già fatto sapere che il processo di terrà negli Stati Uniti, altro che marò…
I meno giovani al Pentagono avranno rivissuto l’incubo di My Lai, quando la compagnia Charlie nel 1968 in Vietnam uccisero 347 abitanti di un villaggio, principalmente donne, vecchi e bambini, abbandonandosi anche allo stupro e alla tortura. Il massacro fu fermato da un elicottero americano in ricoglnizione, il cui tenente minacciò di sparare sui soldati.
Non c’è dubbio comunque che la missione Isaf in Afghanistan è fallita, anche se non finita: oggi il popolo afghano odia l’Occidente più di quanto lo odiasse il giorno prima dell’11 settembre. Questi comportamenti vanificano l’ammirevole impegno e la grande professionalità delle forze armate italiane, che nei teatri caldi si sono sempre fatti amare dalle popolazioni locali per l’approccio umanitario che le ha sempre contraddistinte. Per intenderci, noi italiani, anzi, i nostri militari, sono quelli che sono riusciti a fare andare d’accordo serbi e albanesi, mentre altre nazioni parteggiavano per gli uni o per gli altri. Noi italiani abbiamo creato in Afghanistan il “Fet” (Female engagement team), la squadra istituita per relazionarsi con le donne afghane e migliorare la loro condizione di vita e di salute. Un lavoro sul campo «da donna a donna», preceduto da un corso di formazione sulla cooperazione svolto presso il Regional Combact West dell’Isaf, a cui ha partecipato anche Mohammadezai Khatool, unico generale donna afghano, e ancor prima in Italia, grazie a una serie di lezioni presso il 28° Reggimento Pavia di Pesaro. Come nei Balcani, in Libano, in Somalia e altrove, dal loro arrivo a Herat, cinque mesi fa, le soldatesse hanno iniziato a operare in città e nei villaggi garantendo check-up medici e consulenze su igiene personale, maternità e cura dei figli. Un’opera paziente di ascolto e di attenzione per favorire i contatti con le istituzioni governative.
Infine, l’uso disinvolto che la Nato fa del mezzo militare non aiuta certo a farsi benvolere: proiettili radioattivi usati nella guerra del Golfo, in seguito letali per gli stessi militari che li spararono, il fosforo bianco utilizzato a Fallujah prima che sulla Striscia di Gaza, le mattanze di Haditha e Ishaqi in Iraq, i vari tiro a bersaglio compiuti dagli elicotteri Apache contro civili sono stati documentati, fino ai  più recenti falò di copie del Corano, l’oltraggio dei cadaveri di talebani uccisi su cui tre marines orinavano facendosi immortalare, le torture nel carcere di Abu Ghraib.
Secondo l’Unama, l’agenzia dell’Onu per l’Afghanistan, e stragi di civili in quel Paese sono aumentate per il quinto anno consecutivo toccando la cifra record di 3.021 vittime nel 2011, in allarmante crescita dell’8% rispetto all’anno precedente. Ben 2.332 di loro sono state provocate dai dai talebani, 410 sono invece stati uccisi da Isaf ed esercito afghano. Per altre 279 vittime non c’è la certezza della responsabilità.