Al bazar libico disponibili bombe, razzi e pistole

È successo dopo ogni guerra: negli anni dopo il 1945 in Italia giravano più armi che soldati: i banditi e la mafia utilizzavano armi da guerra per le loro azioni malavitose. Dopo la caduta dell’Unione Sovietica gli Stati dell’ex area Comecon (il Patto di Varsavia) vendettero intere caserme con tutto quello che contenevano, per la maggior parte ai Paesi africani e ai ribelli che combattevano i governi di quegli stessi Paesi, ma anche in Asia e altrove. Nella ex Jugoslavia negli anni Novanta rubarono persino i carri armati, oltre alle armi leggere, e ancora oggi, dopo anni, formazioni paramilitari e criminali dispongono di armamenti ed esplosivi anche moderni. È normale.
Ma quello che sta accadendo in questi mesi in Libia è qualcosa di più preoccupante: in primo luogo perché Gheddafi, prima durante e dopo l’embargo, comprò armi sofisticatissime in tutto il mondo e a qualsiasi prezzo, e in quantità superiori alle necessità. In secondo luogo perché oggi, a differenza dei periodi storici citati prima, c’è davvero chi ha l’interesse concreto a impossessarsi delle “santabarbara” del rais. Oggi le guerre non si fanno più con gli eserciti, gli aerei e le navi: per terrorizzare un Paese basta un banale lanciamissili diretto su qualche obiettivo sensibile: un aereo passeggeri, un bar, un edificio, una caserma di polizia, un palazzo del governo. Ed è inutile nasconderci dietro un dito: al Qaeda, la rete, sta progressivamente abbandonando Iraq e Afghanistan, dove è sempre messa più in difficoltò dall’alleanza occidentale, per spostarsi in Africa, e segnatamente in Somalia, vasto territorio notoriamente senza legge e fuori da ogni controllo, e nel Sahel, territorio desertico, poco controllabile, con nazioni i cui governi hanno spesso problemi più urgenti che non quelli di controllare chi si accampa o mette delle basi nel Sahara. Se a ciò aggiungiamo che parte della popolazione di quegli Stati è musulmana e povera, e che i governi non siano esempio di democrazia illuminata, si capisce come al Qaeda e compagni godano di una cerchia di solidarietà significativa.
La gravità della situazione è confermata dagli stessi esponenti del Consiglio nazionale transitorio libico: le «condizioni di sicurezza e il clima di instabilità che prevale nel Paese» rendono difficile l’organizzazione delle elezioni in Libia. A dirlo è stato infatti Mohamed Brahim Al Allagui, membro del Cnt, ospite in questi giorni in Tunisia, su invito di una associazione di avvocati. Al Allagui, in particolare, riferisce le Temps d’Algerie, ha fatto riferito alle molte armi che circolano nel Paese, all’assenza di pluralismo e di una cultura politica. «La dichiarazione costituzionale promulgata dal Consiglio comprende l’organizzazione del potere durante la fase di transizione», ha detto comunque l’esponente del Cnt e costituisce una strada «verso lo Stato democratico».
Insomma, l’accessibilità totale ai depositi di armi mette a rischio non solo il Maghreb ma anche l’Europa e in particolare l’Italia. Il Pdl ha presentato un’interrogazione parlamentare ai ministri di Interno, Difesa e Affari esteri sulla vicenda. Nell’interrogazione, firmata De Angelis, Sbai, Paglia, Cirielli, Mantovano, Fontana, Moles e altri, si chiede se le notizie comparse su molti organi di stampa, internazionali e italiani, relative alla circolazione delle armi delle forze armate di Gheddafi in tutta l’area corrispondano a verità, se la situazione sia in qualche modo monitorata dai nostri servizi segreti e se il nostro governo abbia intenzione di attivarsi in qualche maniera per interrompere questo commercio che potrebbe mettere a rischio la sicurezza del nostro Paese.
E in effetti, dice chi l’ha visto, di roba ce n’è tanta, nei depositi. Non dimentichiamo che Gheddafi, che guidò la Libia per 42 anni, poteva disporre di forti somme derivanti dai proventi del greggio, e le utilizzò in parte per sovvenzionare ogni tipo di cellule eversive e rivoluzionarie in tutto il mondo, Ira ed Eta comprese, ma soprattutto per armare le forze armate nazionali, l’esercito, la marina e l’aviazione, e la sua milizia popolare. Per decenni il rai continuò a comprare navi, aerei, carri armati, blindati, semoventi e ogni tipo di armi da fuoco esistente, unitamente a munizioni ed esplosivi. In realtà, essendosi in certi anni avvicinato all’Unione Sovietica, la gran parte dei mezzi ha quella provenienza, anche se non disdegnava di comprare materiale jugoslavo, cecoslovacco, francese, inglese, americano e italiano, in particolare pistole e mitra Beretta. Si calcola che l’aviazione disponesse di circa 350 aeromobili, per la maggioranza Mig 23, Sukhoi 22 e 24, ma anche aerei ed elicotteri da trasporto e da attacco. In servizio era rimasto anche un vecchio Mirage F1 francese e alcuni aerei per il trasporto Vip statunitensi. Secondo la Nato l’aviazione militare libica fu del tutto annientata a terra durante i bombardamenti dell’Alleanza.
Per quanto riguarda le attrezzature dell’esercito, molto materiale risale agli anni Settanta e Ottanta, e parte di esso è stato in seguito venduto ad altri Stati africani. Comunque non si possono non menzionare i poderosi carri armati russi T-70, eredi dei T-55 sovietici. A questo si aggiungono migliaia di Kalashnikov, mortai, contraeree e i citati missili spalleggiabili, ossia dei lanciamissili di fabbricazione russa, molto sofisticati e dotati di sensori a raggi infrarossi per inseguire e colpire l’obiettivo. L’Italia, sia chiaro, ha fatto la sua parte: abbiamo venduto a Tripoli aerei, mezzi terrestri, munizioni, razzi, mine, bombe, sia negli anni Settanta sia recentemente. Per quanto riguarda i mezzi marittimi (la Marina militare del rais fu formata dagli inglesi, ndr), infine, anch’essi sono stati annientati: molti affondati all’ancora, altri colpiti da siluri della Nato mentre tentavano di forzare il blocco navale alleato. Tripoli possedeva una dozzina tra sommergibili e minisommergibili, quasi tutti sovietici, fregate, corvette, cannoniere missilistiche, navi da sbarco, mezzi da sbarco, dragamine e altre imbarcazioni.
Cosa rimane di tutto questo immenso arsenale? probabilmente solo le armi trasportabili. Pochi giorni fa anche la nostra intelligence aveva evidenziato questa circostanza: gli sviluppi del processo di transizione in Libia «restano legati alla capacità rappresentativa e unificante del Cnt, in un’ottica di ricomposizione delle diverse istanze che, qualora disattese, potrebbero innescare spinte fortemente destabilizzanti, anche in considerazione della gran quantità di armi detenute dalla popolazione». Lo si rileva dalla Relazione 2011 dei Servizi segreti al Parlamento. Al di là della valenza aggregante delle motivazioni anti-Gheddafi, segnala l’intelligence, «le dinamiche del fronte insorgente hanno palesato differenze tra le diverse realtà tribali e regionali (Tripolitania, Cirenaica e Fezzan) nonché tra le componenti laiche ed islamiche». In questo quadro, sottolinea la Relazione, «il supporto internazionale alle costituende istituzioni libiche, specie in termini di aiuti economici e di cooperazione allo sviluppo, appare ancora rappresentare un fattore imprescindibile per la stabilizzazione del Paese».