L’immenso arsenale di Gheddafi minaccia il Maghreb (e non solo)

Ma chi l’ha detto che in Libia la guerra civile è finita? I problemi invece cominciano proprio adesso: tra gheddafiani non domi, tribù in rivolta contro il potere centrale e soprattutto con decine di migliaia di armi in giro per tutto il Sahara e il Sahel, non c’è da stare tranquilli. Tanto che il leader del Consiglio nazionale transitorio, Cnt) Mustafa Abdel Jalil ha lanciato l’allarme parlando a Misurata: «I disordini e il caos» che si registrano in Libia nell’ultima fase possono portare, se esasperati, a una «possibile divisione del Paese», ha detto Jalil, che ha aggiunto: «Il tribalismo che ha iniziato a emergere in superficie. Abbiamo sempre temuto un sistema federale che avrebbe diviso la Libia in tre parti. Ora siamo al cospetto di un sistema federale (che divide la Libia, ndr) in distretti, villaggi e tribù. Temiamo che questo sistema faccia la Libia a pezzi».
Nelle ultime settimane si sono registrati pesanti scontri tra tribù rivali libiche, in particolare nel sud-est del Paese. Secondo quanto denunciato dalle tribù locali, decine di persone sono rimaste uccise nelle violenze, esplose una ventina di giorni fa nella città di al-Kufra. Gli scontri sono iniziati in concomitanza con il tentativo del Cnt di affermare la sua autorità nel Paese, in contrasto con gli obiettivi di alcuni gruppi tribali e milizie ostili al potere centrale dopo la caduta di Muammar Gheddafi. Due giorni fa scontri tra insorti e polizia di frontiera libica hanno provocato la morte di almeno due persone, decedute nei combattimenti per il controllo del valico di Ras Jedir, al confine con la Tunisia.
Intanto il governo di Tripoli ha dato due settimane di tempo agli ex ribelli per riconsegnare al ministero dell’Interno tutti i valichi di frontiera, ancora sotto il loro controllo. Si tratta di quelle zone di confine, terrestri, marittime e aeree, come porti e aeroporti, ancora sotto il controllo degli ex rivoluzionari. L’aeroporto internazionale di Tripoli, per esempio, è controllato da una brigata della città di Zenten, mentre le frontiere meridionali sono ancora nelle mani delle tribù locali e di ex ribelli di questa regione desertica.
Ma il vero problema sono i depositi delle armi di Gheddafi  che, dopo la fine della guerra civile, erano accessibili praticamente a tutti. Lo documenta in un’accurata inchiesta The Middle East magazine, in un informatissimo articolo intitolato “Dove sono andate tutte le armi?”. Insorti, ribelli, disertori, gente comune per settimane sono entrati in questi capannoni sparsi un po’ in tutta la Libia e si sono serviti ampiamente: missili spalleggiabili, dei quali ultimamente Gheddafi, dopo la fine dell’embargo internazionale, si era rifornito; ricordiamo che con questo oggetto si può facilissimamente colpire un aereo in decollo o atterraggio restando fuori dall’aeroporto; decine di migliaia e più di AK-47 o, come è popolarmente noto, Kalashnikov, ma anche armi più vecchie, che negli anni Ottanta abbiano dato a piene mani alla Libia, come pistole e mitra Beretta, ma anche armi leggere francesi, inglesi, sovietiche, cinesi. Certo, difficile che abbiano rubato i carri armati russi T-72, ma per quanto riguarda lanciagranate, missili vari, mortai, certamente oggi nei depositi non si troverebbe nulla. C’erano anche bunker e arsenali nascosti nel sottosuolo, mentre per quanto riguarda l’aviazione, principalmente composta da Mig anche moderni, 25 e 27, la Nato assicura di averla distrutta a terra, così come distrutta almeno parzialmente è la marina militare, che peraltro era l’arma minore del rais.
The Middle East avverte anche come al Qaeda si stia progressivamente sganciando da Iraq e Afghanistan, dove ha subìto duri colpi, per trasferirsi in Africa, e più precisamente da queste parti, dove le armi sono tante e i controlli pochi: oltre alla Libia, ci sono i vicini Mali, Niger, Algeria, Ciad e anche Mauritania dove potersi insediare e prepararsi. Fanta geopolitica? Non troppo, se si pensa che appena dieci giorni fa un vero e proprio arsenale di guerra sepolto sotto la sabbia è stato rinvenuto dai servizi di sicurezza nel sud dell’Algeria, ad appena 43 chilometri dal confine con la Libia. Le armi in questione, tra cui missili antiaerei SA-24 e 28 missili terra-aria SAM-7 di fabbricazione russa, oltre a importanti quantità di munizioni, che erano destinate ad alimentare le attività terroristiche della rete di al-Qaeda nel Maghreb Islamico. «Si tratta di un nascondiglio allestito sotto la sabbia», hanno detto alcune fonti, spiegando che per preservare le armi i trafficanti «ne cospargono di grasso la superficie e poi le avvolgono in un tendone di plastica prima di seppellirle in larghe fosse profonde diversi metri». Per localizzare questi depositi, i trafficanti «registrano le coordinate GPS e poi le comunicano ai loro clienti dopo la transazione economica», hanno aggiunto le fonti, precisando che il ritrovamento è stato possibile grazie alle informazioni fornite da alcuni contrabbandieri attivi in questo corridoio desertico. Stando ai rapporti della sicurezza algerina, confermati da dichiarazioni di alcuni esponenti di Aqmi, esiste un intenso traffico di armi fuoriuscite dalla Libia.
Anche la Fratellanza musulmana in Libia evidenzia che il vero problema della nazione oggi è la sicurezza: secondo Mohamed Abdul Malek, numero due del movimento libico dei Fratelli Musulmani, le sfide vanno dal rafforzamento della sicurezza alla creazione di posti di lavoro, passando per la ricostruzione delle infrastrutture, del sistema sanitario e del sistema di istruzione: ma l’emergenza, dice, è quella della sicurezza, perché la «famiglia Gheddafi rappresenta una minaccia seria» per la nuova Libia, dal momento che i familiari del defunto Muammar Gheddafi «si trovano nei Paesi confinanti e possono organizzare, come si è visto a Kufra, piccoli eserciti».