I sarahawi ritrovano la loro casa nel deserto

«Sono andato a vivere in città, ci ho provato. Dopo neanche un anno sono tornato qui, quel tipo di vita non faceva per me». A parlare è Hassan, nella sua veste tradizionale blu, nel pieno delle dune dell’Erg Chigaga, terra marocchina a meno di venti chilometri dall’Algeria. Siamo in una tenda in mezzo al deserto, in uno di quei luoghi raggiungibili solamente in dromedario o in fuoristrada. Tutt’intorno il nulla, o meglio, decine di splendide dune che si perdono nell’orizzonte, con altezze che arrivano fino ai 300 metri.
«Vengo da una famiglia di nomadi, so cosa significa vivere in mezzo al deserto, spostarsi continuamente, riconoscere le piste, trovare la strada dopo una tempesta di sabbia che ha cancellato ogni segno di passaggio. Dopo la grande siccità in molti si sono avvicinati a M’hamid, l’ultimo villaggio prima del deserto, qui è il turismo che ci ha fatto sopravvivere e ora ci fa vivere». Ventisette anni a febbraio, Hassan ha messo su una piccola azienda di famiglia, l’agenzia “Bivouac sous les étoiles” (www.bivouacsouslesetoiles.org), che piano piano si sta ingrandendo e che organizza escursioni nel deserto. Fin qui nulla di troppo particolare.
Ma Hassan è un giovane saharawi (dall’arabo “sahariano”) fiero delle sue origini e che proprio grazie al suo forte radicamento territoriale al profondo sud del Marocco ha pensato a un turismo sostenibile e rispettoso delle tradizioni. «Io ho fatto la scuola di strada, a dodici anni – ci racconta mentre sorseggiamo il “whiskey del deserto”, ovvero un ottimo thè – ho abbandonato la scuola e ho iniziato a lavorare. In quel periodo arrivavano i primi turisti e tutto quello che ho imparato viene proprio dallo scambio tra culture». «Col passare degli anni – continua – ho pensato che ce la potevamo fare ad avere un’agenzia tutta nostra, che non si dimenticasse mai chi siamo e da dove veniamo. E soprattutto quant’è importante rispettare la nostra terra».
Così, i turisti che approdano a M’hamid, dopo aver attraversato le montagne dell’Atlante e percorso la valle del Draa costellata di oasi, trovano un carta etica su come vivere il deserto, nel rispetto della tradizione del popolo Saharawi. «Il boom del turismo è stato un problema nel momento in cui non si ha avuto l’intelligenza di preservare l’ecosistema. È per questo che noi invece siamo rigorosi nelle regole. Il deserto è un habitat naturale molto fragile e va preservato». Rispetto dell’uomo, degli usi e dei costumi, della terra. E ancora rispetto del patrimonio e responsabilità nei confronti del turista.
Messa al bando dei quad, dai motori e dal rumore troppo invasivi, e incentivo all’organizzazione di tour in dromedario in punti sperduti di questa terra affascinante. Chi vuole venire da queste parti può esser sicuro di vivere un’esperienza unica, grazie all’ospitalità saharawi che sarà difficile da dimenticare, ma deve anche “piegarsi” alla vita un po’ dura del deserto. «Il turismo per noi è fondamentale, ci fa vivere ed è anche l’unico modo con cui la gente rimane qui e non scappa in città. Esistono ancora molte famiglie che praticano il nomadismo, ma è una scelta di vita sempre più difficile. Noi non ci dimentichiamo chi eravamo e per questo aiutiamo tutti quelli che vivono il deserto in questo modo».
Effettivamente è sotto i nostri occhi quello che fa Hassan con i suoi familiari: al nostro passaggio si avvicina qualche bambino-pastore o qualche anziano che prontamente vengono riforniti di cibo. «C’è molto da fare e prima di tutto – spiega Hassan – bisogna anche cambiare la mentalità dei nomadi. Perché usare la plastica quando confezioniamo tradizionalmente buste e recipienti? E soprattutto, c’è da far capire che l’istruzione per un bambino è fondamentale: anche per questo la comunità ha creato una tenda scuola itinerante per l’insegnamento di base ai più piccoli».
Qui il concetto solidaristico di comunità fortunatamente è ancora vivo e funziona anche bene. Chi sta meglio cerca di aiutare chi sta peggio e comunque le decisioni vengono prese collegialmente nel consiglio della tribù. Anche chi può installare accampamenti viene scelto in questo modo e deve essere un abitante del deserto. La tribù certifica l’appartenenza alla popolazione che vive questo angolo di Marocco, poi si decide il luogo dove posizionare le tende che ospiteranno i turisti nella maniera meno invasiva possibile per la natura e alla fine la decisione viene comunicata alle Istituzioni locali. Come dire, prima la tribù e poi lo Stato.
Mentre chiacchieriamo con Hassan, finito l’ottimo tajine di pollo, arriva il momento dell’accensione del fuoco nel campo e subito dopo della musica tradizionale, non uno spettacolo posticcio fatto a posta per i turisti, ma un momento di esibizione della propria arte. Sopra di noi un cielo sconfinato, pieno di stelle, e poi silenzio e buio. Dopo una nottata in tenda con la colonnina di mercurio che scende sotto lo zero, si può solo rimanere senza parole davanti a un’alba quasi commovente. Il giorno dopo, scopriamo che Hassan si è anche preoccupato di creare un’associazione, con l’ausilio di una onlus francese, per tenere lontani i bambini dalle strade e dal dover chiedere l’elemosina. È stato creato un centro dove farli giocare e studiare. Un vero e proprio punto di aggregazione dove ogni turista, che magari torna una seconda volta, porta un po’ di colori o dei libri o addirittura un generatore.
Quando si parla di Saharawi si pensa sempre ai campi profughi in Algeria e nel Sahara Occidentale, dopo che il Marocco ha di fatto preso il posto dell’occupante spagnolo. Il riconoscimento delle Nazioni Unite al legittimo sentimento di autodeterminazione non è mai sfociato nella costituzione di uno Stato sovrano. Eppure anche qui, a M’hamid dove i Saharawi vivono sicuramente molto meglio, integrati e riconoscibili per i modi e il vestiario tradizionale, c’è molto da fare per aiutarli nella vita quotidiana. Hassan e la sua famiglia sono certamente una speranza forte e un modello di come si possa decidere di aprirsi alla modernità senza dimenticare la tradizione. Ora è tempo di rimettersi in viaggio e risalire la valle del Draa. L’ultimo sguardo è per il deserto: forte, emozionante, infinito e vitale. A presto, “inshallah”.