Così Stalin sterminò il suo popolo. In nome del popolo

Punire e mondare un popolo intero. Senza pietà, senza scrupoli e – poiché tutti sono sospetti – senza prove. In nome del comunismo e per ordine di Stalin, l’implacabile signore e padrone del Cremlino, tra l’agosto 1937 e il novembre 1938, tutta l’Urss fu sconvolta dal “grande terrore”. Una gigantesca mattanza: in sedici mesi furono condannati come «controrivoluzionari» circa un milione e mezzo di donne e uomini, di cui 750mila subito fucilati e altri 150-200 mila morirono successivamente di stenti nei “gulag” siberiani. In meno di un anno e mezzo un sovietico adulto su 100 fu imprigionato, uno su 200 assassinato, per un totale di 50mila esecuzioni al mese, 1600 al giorno.
Sono numeri, cifre agghiaccianti e, soprattutto, inoppugnabili: le fonti primarie sono gli archivi dell’Nkvd, la temibile polizia politica bolscevica, dove ogni arresto, ogni condanna, ogni sentenza di morte veniva disciplinatamente annotata e registrata.  
Ma vi è un altro dato che atterrisce, che sgomenta: su quest’orgia di sangue, incredibilmente, è calato il silenzio. Pochi, pochissimi studiosi hanno voluto indagare uno dei capitoli più bui del Novecento, concentrandosi per lo più – e solo dopo la denuncia di Chrusvcev al XX congresso del Pcus – sui grandi processi di Mosca con cui Stalin tra il 1936 e il 1938 annientò le opposizioni interne di “sinistra” e “destra”. Si trattò di operazioni pubbliche, certamente spettacolari quanto politicamente importanti, ma che riguardarono solo un minuscolo segmento, circa il sette per cento, degli arresti e delle condanne del “grande terrore”.
Da qui l’importanza dell’ultimo lavoro di Nicolas Werth, significativamente intitolato Nemici del popolo. Autopsia di un assassinio di massa. Urss, 1937-1938 ed editato da il Mulino. Con serietà e rigore scientifico lo studioso francese, ricercatore del Centre national de la recherche scientifique a Parigi, svela l’altro volto del “grande terrore”, quello rivolto contro la gente comune, i cittadini normali, il popolo.
Sulla base di un’imponente documentazione, Werth delinea le due direttrici principali  dell’ondata repressiva e sterminazionista staliniana. La prima, la più nota, si scatenò contro la “vecchia guardia” del partito bolscevico. Un regolamento di conti in piena regola tra bande rivali ma, come accennato, limitato alle élites del potere comunista.
La seconda assunse invece, come afferma l’autore, l’aspetto di una vera e propria «operazione d’ingegneria e di “purificazione” sociale, volta a sradicare, con operazioni segrete decise e pianificate al più alto livello da Stalin e Nikolaj Ezov (commissario del popolo agli Interni), tutti gli elementi “socialmente pericolosi” ed “etnicamente sospetti” che, agli occhi dei dirigenti stalinisti, apparivano non soltanto “estranei” alla nuova società socialista in corso di edificazione, ma anche, nell’eventualità ormai probabile di un nuovo conflitto mondiale, come altrettante potenziali reclute di una mitica “quinta colonna di spie e terroristi al soldo delle potenze straniere ostili all’Urss”. Naturalmente – prosegue Werth – nel corso di queste operazioni, un numero estremamente elevato di persone che non appartenevano ad alcuna delle categorie colpite dalle direttive segrete fu travolto dalle repressioni di massa».
Le voraci fauci della polizia politica inghiottirono piccoli proprietari terrieri (i cosiddetti “kulaki”), religiosi, credenti, ex funzionari zaristi, vecchi militanti di partiti non bolscevichi, militari in pensione, superstiti della piccola e media borghesia assieme a vagabondi, disoccupati, marginali sociali, alcolisti, pregiudicati. Ma non solo. Davanti ai tribunali speciali e ai plotoni d’esecuzione finirono gran parte degli emigrati politici rifugiatisi in Urss (compresi numerosi comunisti italiani, per cui Togliatti non mosse un dito) nonché cittadini sovietici originari di Paesi ritenuti ostili: Polonia, Germania, Finlandia, Giappone, Italia, Repubbliche baltiche.
Nulla fu lasciato al caso. Dal suo ufficio al Cremlino, Stalin pianificava con cura le “operazioni segrete di massa”, trasmettendo di continuo ordini e risoluzioni. «Questi documenti – scrive Werth – chiariscono l’altra faccia, fino ad allora totalmente nascosta, del “grande terrore”: i meccanismi di repressione contro i “cittadini ordinari”, vittime anonime scomparse senza traccia e di cui le famiglie non conoscevano, il più delle volte, né la condanna inflitta né la data di morte».   
Nel novembre 1938, improvvisamente com’era cominciato, il terrore si fermò: Stalin, ormai placato, decise che poteva bastare, la “pulizia di classe” era sufficiente. Ma per chiudere il capitolo servivano altra violenza, altri morti. A farne le spese questa volta furono i quadri della ormai troppo potente polizia politica. In pochi mesi, gran parte dei solerti carnefici vennero epurati, condannati e fucilati. In primis, l’ingombrante Ezov, il capo dell’Nkvd, giustiziato nel 1940 come traditore e spia. Sempre in nome di Stalin e del comunismo.