Voto o non voto? Non importa, tanto alla fine non conterà nulla

Alla fine è tutta colpa dell’articolo 75 della Costituzione: «È indetto referendum popolare per deliberare l’abrogazione, totale o parziale, di una legge o di un atto avente valore di legge, quando lo richiedono cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali». Doveva sembrare tutto facile, nel 1948. Chi poteva immaginare che tra il dire (del popolo) e il fare (del Parlamento) ci sarebbe stato un mare di trappole, trabocchetti, deviazioni, snaturamenti? L’era Monti-Napolitano-Merkel lo insegna: la sovranità, in Italia, appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti decisi da particolari gruppi di potere. Pensate solo alla caste delle caste: i magistrati. L’8 novembre del 1987, l’ 80.20% degli italiani si dichiarò favorevole alla responsabilità civile dei magistrati nei confronti degli imputati che si ritenevano vessati ingiustamente con dolo o colpa grave. Il referendum, sull’onda dello scandalo Tortora, era stato promosso da radicali, liberali e socialisti. I numeri, come si vede, parlano chiaro: il popolo aveva liberamente scelto di regolare e governare in modo più stringente l’operato dei giudici. Poco dopo, tuttavia, il Parlamento stravolgerà tutto, sostituendo alla reponsabilità del giudice quella dello Stato con la cosidetta “legge Vassalli”. Era la solita soluzione all’italiana. Praticamente, il cittadino ingiustamente condannato può rivalersi unicamente con lo Stato e sarà poi quest’ultimo, eventualmente, a chiamare in giudizio il magistrato. E comunque per una somma mai superiore a un terzo del suo stipendio annuale. Tra cittadino e giudice, però, non potrà esservi contenzioso, come si conviene a una casta che si rispetti: da quando in qua il suddito può portare alla sbarra il signorotto? E mentre si discute di legge elettorale come non ricordare che il 18 e 19 aprile 1993, piaccia o no, l’82.70% dei votanti scelse di avere un sistema elettorale di tipo maggioritario? Da quel giorno non avremmo fatto altro che barcamenarci fra Mattarellum, Porcellum, scorporo, uninominale e modelli americano, francese e tedesco… Chi ci capisce è bravo, rimane una sola certezza: dal 1993 fino a oggi non è certo stato il popolo italiano a determinare cosa fare delle nostre schede elettorali depositate nell’urna. Anche sul finanziamento pubblico ai partiti – e sempre in quella due giorni del 1993 – pareva che gli elettori si fossero espressi in modo chiaro. Hanno fatto bene? Hanno fatto male? Punti di vista. Probabilmente si trattò di pura demagogia successiva agli scandali di Tangentopoli. Ciò che sicuramente è intollerabile è che si dia voce al popolo e poi tutto rimanga come era prima anche in presenza di una esplicita richiesta in senso contrario. Perché questo è quello che è stato fatto, di nuovo. La legge n.515 del 10 Dicembre 1993, infatti, trasformò il “finanziamento” in “contributo” che a sua volta verrà poi trasformato in “rimborso” nel 1999. Geniale: basta cambiare nome per lasciare intatte le cose. Una democrazia trasformata in gioco delle tre carte. Per comprendere la finezza di questi meccanismi bisogna pensare alla curiosa sorte del ministero dell’Agricoltura. Di istituzione fascista, il dicastero doveva essere abolito dopo il solito referendum del 1993. Il governo Ciampi pensò allora di trasformarlo in ministero per il Coordinamento delle Politiche Agricole, che pochi mesi dopo divenne ministero delle Risorse Agricole, Alimentari e Forestali, per trasformarsi in seguito in ministero per le Politiche Agricole e ancora ministero delle Politiche Agricole e Forestali, fino all’attuale denominazione voluta da Romano Prodi: ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali. Insomma, un gioco di scatole cinesi linguistiche che nasconde il sostanziale disinteresse verso le scelte del popolo. Un po’ come se alle elezioni del 2008 in cui il Cavaliere batté Veltroni l’ex sindaco di Roma fosse corso all’anagrafe, dopo il risultato delle urne, per cambiare il proprio cognome in “Berlusconi” e pretendere così di aver vinto. Ma andiamo avanti: avete presente Monti che va da Fazio e si pavoneggia alludendo – peraltro in modo molto generico e fumoso – a una possibile privatizzazione della Rai? Ora, comprendiamo come il Professore abbia una certa dimestichezza con la democrazia raggirata, ma di fatto il servizio pubblico avrebbe dovuto non essere più tale già dal giugno del 1995, quando il 54.90% degli italiani si espresse in proposito. Nulla da fare. Anche in questo caso può darsi che sia stato meglio così, ma allora bisognerebbe farla finita con l’ipocrisia. E il quesito sulla “rappresentatività per i contratti del pubblico impiego”? Stracciato. Le trattenute automatiche da stipendio e pensioni in favore dei sindacati? E che siamo matti, andiamo a toccare un’altra delle vere caste italiane? Nulla da fare: stracciato. Ma del resto di che ci lamentiamo: la sfortuna degli italiani con lo strumento referendario nasce sin da subito, con il referendum istituzionale. Che all’epoca (non senza contestazioni, in verità) abbia vinto la repubblica sulla monarchia è noto. Sta di fatto, però, che tutti i giornali fanno a gara per elogiare “Re Giorgio” e che da queste parti la res è sempre meno publica e sempre più delle banche…