Tutelano la memoria o vogliono negare quella degli altri?

C’era una volta un Paese lontano in cui gli ex combattenti di una guerra combattuta tanti anni prima controllavano la vita pubblica e vi intervenivano costantemente per far sì che i valori di cui loro si erano autoproclamati custodi restassero sempre in vigore. I guardiani della virtù vigilavano e sanzionavano, additando di tanto in tanto i “nemici del popolo”. Le istituzioni tacevano per soggezione, anche perché i custodi del verbo rispondevano solo al grande vecchio depositario dei sacri valori. Del resto, si diceva, in quel Paese la democrazia era solo una finzione, perché il primo ministro, alla fine, non l’aveva eletto proprio nessuno.

Partigiani o pasdaran?
Fermi tutti, non stiamo parlando dell’Iran e dei suoi pasdaran, guardiani della rivoluzione che rispondono solo all’ayatollah. Quel Paese lontano tanto lontano in realtà non lo è, perché parliamo proprio dell’Italia. Dove, par di capire, a 67 anni dalla fine della guerra la politica deve ancora fare i conti con l’Associazione nazionale partigiani d’Italia. Che, a dispetto del nome, non è un gruppo di reduci dedito alle parate nelle date comandate (alle quali, a scanso di equivoci, hanno pieno diritto) e pomeriggi nelle bocciofile. No, l’Italia, unico paese in Occidente, deve sorbirsi quotidianamente il ricatto morale e politico di una associazione che pretende di influenzare la vita sociale della nazione. Non custodire la propria memoria, com’è legittimo, ma negare quella degli altri. Ma guarda un po’. L’ultima performance l’abbiamo vista in occasione dell’anniversario della strage di Acca Larenzia, che come noto ricorre oggi. Un eccidio per cui non c’è ancora stata giustizia, non ci sono colpevoli e per le vittime poco più che adolescenti non c’è una piazza, una strada, un vicolo, uno sgabuzzino. L’unica forma di giustizia, per chi ha a cuore quei ragazzi rimasti sul selciato, è sempre stato il mero ricordo. Ma per l’Anpi anche questa seppur minima concessione sembra eccessiva. Ecco allora spuntare una nota delirante in cui si dice che la commemorazione «mette a forte rischio la sicurezza della capitale, rischiando di alimentare l’odio politico e di trasformarsi in un evento mediatico di apologia del fascismo e dell’antisemitismo». Insomma, ricordi un ragazzino ucciso senza un perché? Sei un antisemita.

Propaganda & fondi pubblici
Sembra di sentir parlare i più trinariciuti esponenti dei centri sociali. Con la differenza che l’Anpi fa propaganda con i fondi pubblici. E non vi azzardate a toccarglieli: nel 2010 ci provarono, visti anche i tempi di crisi, portando da 165.000 a 73.500 euro i finanziamenti statali all’ente. Apriti cielo: «Cos’altro è questo – si lamentò l’Anpi in una nota – se non un tentativo del governo di ridurre al silenzio la nostra associazione? Di mettere a tacere l’antifascismo organizzato, la memoria della Resistenza, l’impegno dell’Anpi nella difesa e promozione della Costituzione?». Non sganci i denari? Allora non vuoi bene alla Costituzione. Comodo, no?

I reduci ragazzini
La svolta prettamente politica dell’associazione, comunque, è sotto gli occhi di tutti. A cominciare dalla norma furbetta introdotta nello statuto del 2006 che apre le porte a tutti gli “antifascisti” senza distinzioni di età. E così, fra gli iscritti all’Anpi d’oggigiorno, solo il 10% è rappresentato dai partigiani storici (e sorvoliamo sui criteri per determinare anche questi ultimi, che è meglio), mentre un altro 10% ha fra i 18 e i 30 anni e il 60-65% è composto di 35-65enni. In attesa che aprano le iscrizioni all’associazione reduci delle campagne di Gallia – invenzione per invenzione, io voglio fare il legionario romano, non si può? – resta da capire il coefficiente di democraticità dell’operazione: le associazioni di reduci sono inoffensive e legittime proprio perché legate unicamente alla memoria. Se invece si dà la patente di partigiano a chiunque e a prescindere dal contesto storico, la scelta diventa a rischio. Anche se i propositi bellicosi vengono meno non appena entri in gioco il professor Monti. E così ai vecchi stalinisti delle brigate Garibaldi tocca mandar giù anche il rospo dell’Anpi di Reggio Emilia che dà «un sincero benvenuto nella città del Tricolore Medaglia d’oro della Resistenza al presidente del Consiglio, auspicando che la sua azione di governo trovi qui ulteriore impulso e incoraggiamento per la realizzazione di un’azione che davvero si fondi su esigenze di rigore accompagnato a equità».

Ma il fascismo c’è o non c’è?

Ma forse ci preoccupiamo troppo per un ente che su Facebook, in occasione del 31 dicembre, augurava «Buon anno antifascista a tutti!», che è un po’ come dire «Buona Pasqua leninista» o «Buon compleanno sandinista». Sembra un film di Nanni Moretti, ma è tutto vero. Così come sono vere, sempre sul profilo dell’associazione, sentenze come questa: «Il fascismo è stato cancellato dalla storia e dalla democrazia» o citazioni di Vittorio Foa come la seguente: «Il fascismo è stato un fenomeno storico che ha avuto un inizio e una fine e farlo diventare una categoria ideologica è un errore pericoloso. Il male nuovo che c’è non si chiama fascismo. Credo che il male, l’intolleranza, la pulizia etnica e altro, ci siano e vadano combattuti, ma se io le chiamo “Fascismo” sono portato a rivedere le vecchie lotte e non le nuove». Ora, se il fascismo non c’è più e lo dice la stessa associazione, la domanda sorge spontanea: ma allora che ci sta a fare?