«Sull’articolo 18 si fanno tante mistificazioni»

«La premessa è sbagliata e mistificatoria». Edoardo Ghera, giuslavorista e professore di Diritto del Lavoro alla Sapienza di Roma, replica così a chi sostiene che l’articolo 18 è il baluardo contro i licenziamenti ingiustificati. «La tutela del lavoratore – spiega – è nella legge 604 del 66, l’articolo 18 dice solo che quando il licenziamento è ingiustificato e l’azienda occupa più di 16 addetti in una singola unità il datore di lavoro ha l’obbligo di reintegrare».

Perché allora è diventato la madre di tutte le battaglie?

Perché nel dibattito attuale è diventato il simbolo della tutela del lavoratore contro il licenziamento ingiustificato, ma nella sostanza le cose stanno diversamente.

E come stanno?

Che non è vero che se si modifica o si sopprime, si sopprime la giusta causa. Il punto è il tema del reintegro, che però riguarda solo i dipendenti delle aziende con più di 16 addetti. C’è una grande differenza tra lavoratori tutelati e lavoratori non tutelati. Per quelli di aziende più piccole, che sono la maggioranza, il difetto di giusta causa produce l’obbligo di un indennizzo, che è indubbiamente molto ridotto perché è al massimo di 12 mensilità l’anno.

E per i tutelati dall’art. 18?

È di 15 mensilità, nel caso rinuncino al reintegro. Ma per lo più nessuno rinuncia al reintegro, tutti lo accettano per poi andare a una transazione economica che può essere molto vantaggiosa e alla quale si sommano tutti gli stipendi e i contributi del medio tempore, il periodo tra il licenziamento e la sentenza. Ricordo che una decina di anni fa difesi un impiegato di banca che aveva uno stipendio medio-basso e che alla fine si ritrovò con un miliardo di lire.

Ma questo per un’azienda con 17, 18 dipendenti può significare il tracollo.

E infatti molte aziende evitano di superare la soglia di dipendenti indicata dall’articolo 18 e se hanno bisogno di un numero maggiore di lavoratori optano per il nero o per altre forme contrattuali.

Dunque, l’articolo 18 non sarebbe solo un elemento del dualismo tra tutelati e non tutelati, ma in qualche modo ne sarebbe anche un fattore?

Diciamo che io considero giusta la proposta di razionalizzare e unificare le tutele. Quanto al reintegro, la mia opinione è che può avere ancora un senso quando il licenziamento è motivato da colpa e poi si accerta che il lavoratore non aveva quella colpa. Poi ci sono tutti casi di discriminazione, ma su questi argomenti mi pare si dicano tutti d’accordo.

Si discute molto, per esempio intorno alla proposta Ichino, del licenziamento per motivi economici: quella è o non è una giusta causa?

Guardi, tutto questo ha senso in un sistema statico, con posizioni lavorative consolidate. Lo Statuto dei lavoratori non pensava al licenziamento per ragioni economiche, riteneva che dovesse essere una cosa eccezionale. Oggi ciò che fa dell’articolo 18 un tabù, a mio parere, è altro. È che con la reintegra si afferma la responsabilità del datore di lavoro. I sindacati di orientamento più radicale non vogliono che vi sia alcuna liberatoria per chi compie il licenziamento. Il punto non è nemmeno tanto il licenziamento di per sé, è proprio che il datore di lavoro deve sapere che se sbaglia va incontro a gravi conseguenze: questo è anche un fattore di rigidità e disincentivo a investire in Italia. Non è il più importante, ma certamente un investitore straniero tra le variabili calcola anche che il licenziamento in Italia può portare a conseguenze di carattere permanente.

“Repubblica” ha pubblicato dei dati dell’Ocse secondo cui l’Italia sarebbe tra i Paesi più flessibili del mondo…

“Repubblica” è schierata a difesa dell’articolo 18 in maniera esagerata. Sposa in tutto le tesi della Cgil. In Italia ci sono dosi importanti di flessibilità, ma sono flessibilità di vario tipo legate ai diversi modelli contrattuali, che sono anche troppi. I dati Ocse sono soggetti a molte interpretazioni perché ci sono valutazioni che mettono un po’ insieme le mele con le pere.