Quella veste “patriottica” per il suicidio della nazione

Marcello Veneziani parlò una volta delle due contestazioni contrapposte: da una parte quella di Jan Palach, che diede fuoco a se stesso per salvare la sua nazione, dall’altra quella dei sessantottini nostrani, che diedero fuoco alla nazione per salvare se stessi. Insomma: il proprio suicidio in nome della patria o il suicidio della patria in nome di se stessi. È un buon modo per definire due approcci radicalmente diversi all’idea di nazione. Quale sia oggi il modello egemone è facile a dirsi: i tanti patrioti che hanno celebrato i fasti della nazione in occasione del 150esimo dell’unità, Napolitano in testa, sembra che stiano in salute e al potere, felici e contenti. Chi compie suicidio, invece, è la nazione (metaforicamente) e i suoi abitanti (letteralmente). Si uccidono i pensionati, si uccidono i giovani disoccupati, si uccidono gli imprenditori e si uccidono i carcerati: è il simbolo corporeo e drammaticamente vivido di una nazione in via di disintegrazione. E chi l’ha spinta al suicidio, spesso, l’ha fatto proprio in nome della nazione.

Il paradigma azionista

Chi avrà assistito, in questo anno, alla goffa immagine di questi residuati umani tutti incoccardati di tricolori pur essendo appena scampati ai naufragi di Dc e Pci, i due partiti antinazionali per eccellenza, non può non aver pensato che c’era qualcosa che non andava. E chi ha visto una cricca di banchieri e professori anglofili spacciati per il nuovo esercito dei Mille giunto a liberare il sacro suolo natio deve pur aver avuto un brivido lungo la schiena. E allora occorrerà una piccola parentesi storica: dove nasce questa concezione antinazionale della nazione? Da dove arriva questa idea oligarchica, antipopolare e anglofila che oggi trionfa nell’era Monti, il premier che pensa in inglese e, se sognasse, lo farebbe con l’accento della City? Si tratta di un paradigma di pura matrice azionista. No, nulla a che fare con le società per azioni (anche se gira che ti rigira sempre lì stiamo), parliamo del Partito d’azione, il movimento politico più importante della resistenza dopo quello comunista, poi scomparso dopo il ’45. O meglio, più che scomparso ha attraversato la storia d’Italia come un fiume carsico, erompendo in superficie in vari momenti storici particolarmente propizi. Ecco, il momento presente è uno di quelli. Il riflusso azionista domina forte e chiaro. Lo vediamo anche dai peana agiografici, neanche si trattasse di un padre della patria, che hanno accompagnato il trapasso di Giorgio Bocca, già partigiano azionista, appunto. Da qui l’elogio di una italianità che è, Bocca docet, deve essere antitalianità. Perché gli italiani sono sbagliati, sono da rifare, sono da rieducare. Essere patrioti significa allora remare contro la patria, volere un’Italia diversa da quella che è, formattata a misura di alta borghesia londinese, pulita, sobria e compita.

Quell’invenzione inglese…
Mireno Berrettini, in un bel saggio su La Gran Bretagna e l’antifascismo italiano (Le Lettere, pp. 158, € 19,50), ha ricordato il dilemma degli Alleati, incapaci di portare gli italiani dalla loro parte, costringendoli così di fatto a tifare per la sconfitta della propria nazione. «È l’aut-aut di fronte a cui si trovano gli italiani, che viene letto dal Soe [lo Special Operations Executive – ndr] come un vicolo cieco: o subordinazione ad opera della vittoria tedesca o smembramento a causa di quella alleata. La via d’uscita è quella nuovamente indicata da Baker Street [indirizzo del Soe – ndr]: lo Soe dà credito alla capacità diplomatica italiana perché rielabora la controparte di Londra nel negoziato e la identifica nell’antifascismo, così la strada per uscire dal vicolo cieco “nazionale” per gli italiani è ridefinire il concetto di nazione saldandolo al nuovo ordine democratico postbellico». In altre parole: a un certo punto della guerra, i servizi segreti inglesi investono soldi ed energie per importare in Italia una nuova concezione della nazione di matrice azionista, così da salvare capra e cavoli, ovvero collaborazionismo e spirito “nazionale”. Sotto le bombe alleate, quindi, non starebbe la nazione, ma l’idea di nazione inventata dal fascismo con indegna mistificazione, ché i veri patrioti hanno il cuore che batte per la Raf.

Dai bot ai… botti
Da qui all’idea di un commissariamento perpetuo degli italiani il passo è breve. Perché parliamoci chiaro: questa idea della nazione vestita in fumo di Londra non ha mai attecchito granché. Gli italiani sono incorregibili, c’è poco da fare. Capofila di questo atteggiamento, oltre ai soliti Umberto Eco che da anni vorrebbero istituire una dittatura etica e illuminata per salvare l’Italia dagli italiani, è ovviamente Repubblica. Che persino rispetto ai botti di capodanno è riuscita a tirar fuori una tirata antinazionale, indignata e bacchettona, parlando dell’aspetto «attuale, tutto italiano e anche un po’ "politico" di queste vicende. Non sarà giusto paragonare cose di diverse dimensioni e peso, ma forse alla radici di molti mali dell’Italia c’è un po’ lo stesso atteggiamento. Credo davvero che, in fondo, fatte le debite proporzioni, chi tira i botti si comporta un po’ come chi non paga le tasse. All’insegna del "a me cosa me ne frega"». Non lo dicono ma è chiaro: quella che spara è l’Italia berlusconiana, quella che fa vergognare i cultori della sobrietà.

Commissariateci tutti
Ci vorrebbe meno me ne frego e più I care, allora. E se non sorge spontaneo, inponiamolo. E se il popolo se ne frega e vota come gli pare, persino per i rozzi populisti, correggiamo il popolo e togliamogli il diritto al voto. Nasce da questo atteggiamento il commissariamento della politica a opera dei governi tecnici. Il suicidio della nazione si rispecchia allora nel suicidio della politica, occupata quasi manu militari da personalità che sono espressione di settori extranazionali ed extrapolitici. È per salvare l’Italia, dicono. Parte quindi la retorica del “salva Italia” e del “cresci Italia”. Peccato che, storicamente, i governi tecnici non abbiano mai salvato nulla né, tanto meno, fatto crescere alcunché. Le lacrime e sangue, è provato, funzionano un po’ nel breve periodo – ma a che prezzo? – per portare poi al disastro: il patrimonio pubblico viene svenduto (do you know Britannia?), il sistema industriale nazionale smantellato, persino il debito pubblico finisce per aumentare. Insomma, un disastro per tutti. O quasi. Perché “i soliti noti” hanno invece tutto da guadagnarci. Ma questa è, davvero, la fine della nazione: è il trionfo della parte sul tutto, del particolare sul generale. Non c’è più un’idea di destino condiviso, non c’è più narrazione unificante. Che ci rimane, allora? Napolitano. Poi dice che uno si ammazza…