La preghiera del Papa per la pace in Palestina

Nell’Angelus di Santo Stefano, con la strage appena avvenuta in Nigeria, il pensiero del Papa non poteva non andare «a tutti i cristiani perseguitati nel mondo». «La violenza – ha detto – è una via che conduce solamente al dolore, alla distruzione e alla morte; il rispetto, la riconciliazione e l’amore sono la via per giungere alla pace». Anche il giorno prima, durante la messa di Natale, Ratzinger si era soffermato sulle stesse riflessioni, estese però a tutta «l’umanità ferita dai conflitti», a tutti i luoghi in cui ancora si combatte: da Iraq e Afghanistan alla Siria, passando per la Birmania.

La preghiera per la pace tra Israele e Palestina
Anche e soprattutto per la Terra Santa il Papa ha invocato «la pace e la stabilità». «Dono», le ha chiamate, facendo risuonare forte a San Pietro il suo appello per «la ripresa del dialogo tra israeliani e palestinesi». Nelle stesse ore, da Gerusalemme, il ministro degli Esteri israeliano Avigdor Lieberman faceva però risuonare un altro messaggio: «La parola chiave nei nostri rapporti con i palestinesi deve essere gestione e non soluzione del conflitto. Chi pensa che sia possibile arrivare a un accordo di pace nei prossimi anni erra e induce in errore». Tutta la comunità internazionale concorda che una sola è la strada per la pace in Medio Oriente: realizzare i «due popoli, due Stati». Ma le parole di Lieberman sono state il coerente suggello di un altro semestre in cui, come da tradizione, per ogni passo compiuto verso la pace due ne sono stati fatti per mantenere lo status quo: la gestione del conflitto, appunto.

Il sì dell’Unesco e la ripresa degli insediamenti
Il più significativo di questi passi è stato l’ingresso della Palestina all’Unesco. Un momento «storico», come lo hanno salutato in molti, costato però una doppia “rappresaglia”. La prima è stata quella contro la stessa agenzia dell’Onu che si è vista stoppare i contributi da paesi come gli Stati Uniti, schierati con Israele e indisponibili a riconoscere la legittimità di una decisione votata con 107 sì e appena 14 no. La seconda ha colpito direttamente il processo di pace, con la scelta di Israele di rilanciare gli insediamenti a Gerusalemme Est e in Cisgiordania. Annunciata mentre la bandiera palestinese prendeva a sventolare all’Unesco e indicata esplicitamente come una «rappresaglia contro l’attivismo diplomatico» della Palestina, la decisione del governo Netanyahu è stata duramente criticata da mezza Europa e dalla stessa Commissione Ue. Tel Aviv comunque è andata avanti e una decina di giorni fa ha pubblicato il bando per la costruzione di 6mila case. Di nuovo Onu, Francia, Gran Bretagna, Germania e Portogallo hanno diffuso un comunicato congiunto in cui parlavano di «uno sviluppo interamente negativo». «Israele non ha bisogno di lezioni e sa come comportarsi con chi viola le leggi in Giudea e Samaria», è stata a Natale la risposta di Lieberman, che con questa frase ha voluto rispedire nel Vecchio Continente anche la condanna per i recenti atti di violenza compiuti da alcuni coloni ebrei.

La liberazione di Shalit e il no ad Hamas
Nello stesso giorno in cui è stato pubblicato il bando venivano liberati 550 prigionieri palestinesi, seconda tranche degli oltre mille rilasciati in cambio di Ghilad Shalit, il soldato israeliano che per cinque anni è stato nelle mani di Hamas. La liberazione del militare, avvenuta in ottobre, è stata un altro momento salutato come un segnale di speranza da tutti gli osservatori. È stata possibile dopo una lunghissima, difficile trattativa tra Israele e Hamas. Ma Tel Aviv continua a indicare Hamas come un soggetto con cui non si parla e con cui nessuno deve parlare, e settori di Hamas ci mettono del loro per rendergli il gioco facile: il suo braccio armato ha annunciato di voler rapire altri soldati per poterli scambiare con altri prigionieri. «Netanyahu ha detto che se Hamas parteciperà al governo palestinese si rifiuterà di intavolare negoziati con l’Anp», riferiva, sempre a Natale, la radio pubblica israeliana.

La pace e le pressioni dei nemici interni
Nei giorni precedenti il leader di Hamas, Khaled Meshaal, e il presidente dell’Anp, Abu Mazen, si erano incontrati al Cairo per dare vita al governo di unità nazionale palestinese. Secondo il Washington Post Hamas starebbe compiendo una scelta pragmatica legata anche alle primavere arabe. «Si sta creando un nuovo islam politico nel quale il principale obiettivo è formare una coalizione, non monopolizzare il potere», ha detto al quotidiano Ghazi Hamad, viceministro degli Esteri dell’amministrazione della Striscia di Gaza. Nello stesso articolo si ricordava anche che di recente Meshaal ha aperto al concetto di “resistenza popolare”: «Noi – ha detto – crediamo nella resistenza armata, ma la resistenza popolare è un programma comune a tutte le fazioni». La formazione del governo di unità nazionale è stata rimandata a fine gennaio, quando i palestinesi incontreranno i membri del Quartetto per il Medioriente. Ci saranno anche gli israeliani ed entrambe le parti dovranno presentare a Onu, Ue, Usa e Russia le loro proposte su sicurezza e confini, come base per la ripresa dei colloqui. La cornice entro cui si lavora resta quella dei «due popoli, due Stati», ma nei giorni scorsi Gideon Saar, ministro dell’Istruzione israeliano e alto dirigente del Likud, il partito di Netanyahu, sosteneva che «uno Stato palestinese aggiungerebbe un tassello importante all’accerchiamento di Israele da parte del terrorismo islamico». Ancora una volta, dunque, l’attesa di un rilancio del dialogo si consuma in uno schema vecchio di decenni: passi verso la pace compiuti in buona parte per le sollecitazioni esterne e osteggiati in massima parte dai nemici interni.