La crisi dell’euro ha reso felici gli Stati Uniti

Quello che a Washington non tutti dicono è che per la crisi dell’euro c’è chi si frega le mani. Non è infatti un mistero che la moneta unica europea sia stata vissuta come una vera e propria iattura dagli Stati Uniti.
Un desiderio di destabilizzazione, avvalorato dalle profezie dei guru dell’economia mondiale. Gli esperti statunitensi che hanno previsto fin dall’inizio l’esplosione e il fallimento dell’euro. Esperti cari al Dipartimento di Stato e legati a doppio filo con la Casa Bianca. Come documentato due anni fa da un’inchiesta dell’Huffington Post sono almeno cinquecento gli studiosi che collaborano con la Federal Reserve ovvero la Banca centrale e le sedi regionali statunitensi. Insomma, la Fed ha avuto a libro paga i principali economisti nazionali attraverso finanziamenti alle loro fondazioni, avvalendosi delle loro consulenze, finanziando viaggi di studio, creando al dunque una fitta rete di collaborazioni profumatamente pagate. Senza troppi giri di parole, gli economisti americani prevedono, agiscono e ragionano puntando principalmente agli interessi di Washington.  Tanto che non sorprende che ci sia stata una folta schiera di esperti che, fin dalla prima ora, ha lanciato il proprio anatema contro la moneta che andava a insidiare l’egemonia globale del dollaro.  Mentre l’euro appariva universalmente come un esperimento di successo erano in parecchi (a cominciare da Martin Feldstein) a mettere in guardia contro il fatto che la vera cartina di tornasole, circa la riuscita o meno del tentativo di unificazione monetaria europea, si sarebbe avuta solo con la prima crisi.
Quel Martin Feldstein, già consulente del presidente Ronald Reagan, che nel novembre 1997 scriveva sulla rivista Foreign Affairs: «Alla maggior parte degli americani l’unione economica e monetaria europea appare come un l’oscura impresa finanziaria che non avrà alcun effetto sugli Stati Uniti . Una simile percezione della cosa non è per nulla corretta. Se l’euro vedrà la luce.come sembra sempre più probabile, esso trasformerà il carattere politico dell’Europa in modo tale che potranno nascere conflitti in Europa e scontri con gli Stati Uniti». Nell’articolo quasi programmatico, dal titolo “L’euro e la guerra” definiva «conflitti e scontri che, in entrambi possono anche portare alla guerra (non soltanto quella economica, ma quella militare) in Europa e in Occidente». Per Feldstein gli Stati Uniti «avevano interesse, ad essere l’ago della bilancia negli «inevitabili conflitti infra-europei» o ad attizzarli. Per questo non avrebbero dovuto permettere all’autorità centrale di Bruxelles di “intromettersi” nelle relazioni tra Washington ed i singoli stati europei, con cui gli Usa dovranno continuare a mantenere rapporti diretti «individuali». Inoltre, essi debbono dare per scontato che l’Europa noti sarà più una loro alleata nelle relazioni con i paesi terzi che, anzi, molto probabilmente essa «potrà cercare alleanze e perseguire politiche che sono contrarie agli interessi degli Usa»; e che infine questa rotta di collisione tra Stati Uniti ed Europa si sarebbe accentuata se l’unione monetaria europea andrà avanti e si trasformerà in una vera e forte unione politica.
Nella lunga lista di economisti americani, appollaiati come gufi sul trespolo delle Borse, in tempi più recenti Richard Ebeling, docente di economia presso la Northwood University (Michigan) ha suggerito un ritorno al Gold Standard come antidoto al potere politico di stampare cartamoneta al fine di coprire il differenza tra spesa pubblica e gettito fiscale. E c’è chi ha impartito lezioni di bon ton democratico, come Paul Krugman, editorialista del New York Times e Premio Nobel per l’economia, che ha sottolineato come in questo continuo gioco delle parti si stiano gettando le basi per fratture insanabili tra stati europei. C’è poi chi è ancora più categorico, come Robert Solow, premio Nobel per l’economia nel 1987, il quale ha mostrato il suo scetticismo sulla sopravvivenza dell’euro. A suo parere i leader dei governi europei si stanno concentrando da troppo su pareggio di bilancio, golden rule e tassazione esasperata, invece di guardare all’elemento essenziale: la crescita economica.
Rimane invece impressa a mo’ di profezia alla Nostradamus quella formulata da Milton Friedman. La leggenda narra della raccomandazione (riportata da Antonio Martino) fatta al governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio, allorché in occasione della nascita della moneta unica consigliò di non distruggere i cliché della lira. Prima o poi sarebbero serviti di nuovo.