La Camera approva il primo punto della lettera all’Ue

Meno uno, si potrebbe replicare alle Cassandre di turno. Mentre i riflettori sono puntati su Cannes e da giorni i media sono impegnati a interpretare la mimica facciale dei leader europei, in Italia il Parlamento approva all’unanimità lo Statuto delle imprese. Un pacchetto di interventi per dare linfa alle piccole imprese che sono il nerbo della nostra economia: in Italia rappresentano il 98 per cento delle aziende e forniscono lavoro ai due terzi degli impiegati nel settore privato.
«Una cosa è fatta. Il primo punto della lettera di Berlusconi è legge», dice Raffaello Vignale, padre del provvedimento e vicepresidente della commissione Attività produttive di Montecitorio. Iniziative concrete (semplificazione delle pratiche per l’avvio delle attività, agevolazioni per l’accesso al credito, proporzionalità degli obblighi burocratici per grandi e piccoli) ma anche un cambio di prospettiva. «Abbiamo invertito un paradigma culturale, finora nel legiferare si è partiti dal principio del sospetto, chi fa impresa è uno sfruttatore, un inquinatore, un evasore. Noi invece vogliamo partire dalla fiducia, chi costruisce e rischia in proprio ogni giorno lo fa per sé ma anche per tutti».

“Pensare in grande per le piccole imprese”, secondo il motto dello Small Business Actc adottato dalla Ue?

Sì, il pacchetto europeo per le piccole imprese è un’indicazione che l’Italia per prima ha trasformato in norma. Non è vero quello che diceva l’avvocato Agnelli per cui “quello che va bene alla Fiat (per dire alla grande impresa), va bene all’Italia”, è vero il contrario “quello che va bene alle piccole imprese va bene all’Italia”. La piccola imprenditoria diffusa non è l’anomalia italiana, ma la sua ricchezza.

Lo statuto appena varato è un’idea che viene da lontano e che ha raccolto adesioni trasversali, che di questi tempi è quasi un miracolo…

Personalmente ci lavoro da più di tre anni, prima ancora di entrare in Parlamento. Il risultato è stato possibile grazie a un lavoro serrato e molto serio fatto in commissione: per una volta tutti hanno guardato al contenuto e non alla paternità del provvedimento che è stato presentato nell’autunno due anni fa. Il testo reca 90 firme del Pdl, 30 della Lega e una ventina delle opposizioni.

Un provvedimento molto atteso dal mondo imprenditoriale e associativo. Qualcuno parla di rivoluzione copernicana, non è un po’ troppo?

È un intervento che mira a realizzare un ambiente favorevole alle imprese, e in particolare alle piccole e medie, che è la condizione essenziale per la crescita. Ce l’ha chiesto l’Unione europea a gennaio: oltre alla stabilità occorre pensare alla crescita. Bisogna garantire che chi vuole mettere in campo energie possa farlo senza ostacoli. C’è chi obietta che queste misure sono a costo zero, ma anche lo Statuto dei lavoratori era a costo zero e mi sembra che abbia inciso.

Qual è la filosofia generale dello Statuto?

Il riconoscimento del valore anche sociale e non solo economico dell’impresa. In Italia esistono quattro milioni e mezzo di persone che costruiscono ogni giorno Pil e occupazione. Finalmente l’Europa si accorge delle pmi e non solo delle grandi imprese e della grande distribuzione.

Entriamo nel dettaglio…

Semplificazione, garanzie e libertà. Abbiamo inserito la delega al governo per recepire la direttiva Ue sui pagamenti nelle transazioni commerciali tra privati e pubblica amministrazione prima della scadenza. Sul nodo degli appalti pubblici si prevede un frazionamento che, senza eludere la  concorrenza, permetta alle piccole imprese di accedere e di competere con le grandi. Con l’applicazione dell’antitrust si configura il mancato pagamento come abuso di posizione dominante. Una risposta a quella che è la prassi: oggi io grande non pago il piccolo perché so che non può ricorrere, perché altrimenti non è più mio fornitore. È vergognoso, certi soggetti della grande distribuzione non pagano mai i fornitori e la liquidità è il primo problema delle piccole imprese che in questo modo vengono strozzate, anche perché le banche non riconoscono il credito. Inoltre lo Statuto introduce il principio della riserva di un minimo del 60 per cento per ogni incentivo per le piccole e medie imprese. Faccio notare che oggi si aggira sul 2-3 per cento.

E per l’accesso al credito?

C’è l’obbligo per le banche di inviare comunicazioni periodiche al ministero dell’Economia sulle erogazioni date alle imprese anche rispetto ai tempi di istruttoria. Spesso le domande restano parcheggiate sei, nove mesi senza risposta. Inoltre viene istituita la figura di un Garante per le pmi e il varo di una legge di previsione annuale. Oggi le leggi di previsione annuale riguardano solo la legge di stabilità e la comunitaria. Infine viene ribadita la libertà associativa delle imprese e viene previsto l’obbligo di un codice etico in cui si espliciti il rifiuto di rapporti con il crimine organizzato.

Rivoluzione anche sul fronte dei rapporti con le istituzioni…

Prima di introdurre nuovi oneri burocratici, le amministrazioni e gli enti locali devono valutare anticipatamente, consultando anche le associazione d’impresa, i costi che graverebbero sulle imprese e hanno l’obbligo di eliminarne altrettanti secondo il principio di proporzionalità.

Una svolta importante…

Quando si introduce un obbligo non può essere uguale per piccoli e grandi, anche i tempi di adeguamento devono essere più lunghi per le piccole imprese. Non si possono equiparare i grandi gestori di telefonia al piccolo negozio che vende cellulari, come accade per la legge sulla privacy, una parrucchiera non può avere gli stessi obblighi dell’Eni sulla tracciabilità dei rifiuti. Troppe regole spingono alla trasgressione, sono un costo per lo Stato e per le imprese diventano un peso mostruoso.