Agenzie di rating, ecco chi sono i veri soci

Negli ultimi mesi, a seguito della grave crisi economica, abbiamo spesso sentito parlare delle agenzie di rating. Anche l’Italia è stata condannata da queste novelle Cassandra dell’economia mondiale che, con le proprie valutazioni di affidabilità, sono in grado di affossare un’intera economia nazionale con un semplice declassamento della stessa. Prima a settembre Standard & Poor’s ha declassato il nostro Paese di un gradino, passandolo al livello A+. Poi, a inizio ottobre, anche Moody’s ha declassato il debito italiano, facendolo scendere di ben tre gradini, da Aa2 a A2.

Le principali agenzie
Ma quante e quali sono queste agenzie? Innanzitutto le tre principali agenzie hanno tutte sede negli Stati Uniti: stiamo parlando di Moody’s, Standard & Poor’s e Fitch, anche se quest’ultima ha capitale francese. Già questo è un primo elemento che fa molto discutere, motivo per cui da più parti si è lanciata la proposta di dare vita ad una agenzia di rating europea. A questo bisogna aggiungere la scarsa affidabilità dimostrata in passato e l’elenco dei controllori della stessa, cioè chi realmente influenza l’attività delle agenzie.

I titoli “salsiccia”
Riguardo al primo punto è sufficiente ricordare come, ancora nel luglio del 2007, moltissime obbligazioni correlate ai famosi mutui subprime erano considerate “tripla A”, cioè prodotti a rischio irrilevante. Peccato che pochi mesi dopo gli stessi si siano rivelati un vero e proprio fallimento e ad essi sia stato affibbiato il nome di “titoli salsiccia”: suddivisi in più categorie a seconda della priorità del rimborso che, come fosse un insaccato, può essere tagliato in tranche, a seconda del rischio dei debiti in essi contenuti. Erano obbligazioni nate per soddisfare clienti alla ricerca di ingenti guadagni, ma con un grosso rischio: collegarsi al rimborso dei mutui, cioè uno dei parametri più rischiosi, poiché se questi ritardano, la data di scadenza del prestito slitta e le cedole possono anche non essere pagate ai creditori. Risultato finale? Queste obbligazioni si sono rivelate carta straccia, con pessimi effetti sui bilanci delle banche, che, senza la liquidità immessa dagli Stati, sarebbero andate dritte verso il fallimento.

L’errore degli analisti
Eppure, gli esperti delle agenzie di rating non sono stati in grado di prevedere questa bolla speculativa, con gravissimi effetti negativi anche sull’economia reale. Però, se analizziamo l’elenco degli azionisti delle agenzie, forse comprendiamo il perché di questo comportamento. Partiamo da Standard & Poor’s, il cui capitale è formalmente disponibile per intero sul mercato, ma alcuni investitori ne detengono quote rilevanti. Il primo azionista è Capital World Investors, uno dei primi gestori indipendenti negli States, con il 12,45%. A seguire altre società di asset management: State Street (4,39%), Vanguard (4,22%), BlackRock (3,89%), Oppenheimer Funds (3,84%), T. Rowe (3,36%), JANA Partners (2,95%), e addirittura Ontario Teachers’ Pension Plan Board, cioè il fondo pensione degli insegnanti dell’Ontario, con il 2,27%. Senza dimenticare i componenti del consiglio d’amministrazione: Sir Winfried Bischoff (Lloyds Banking Group), professori universitari, presidenti o ex amministratori di diverse multinazionali e altri esponenti del mondo finanziario. Stessa situazione per Moody’s, il cui primo azionista è Berkshire Hathaway (12,42%), di proprietà del noto investitore Warren Buffett. A seguire Capital World Investors (12,33%), ValueAct Capital (6,06%), T. Rowe (5,92%), Vanguard (3,35%), State Street (3,35%), BlackRock (3,27%) e TIAA-Cref (1,81%), il fondo pensione di insegnanti e accademici americani. E anche il consiglio d’amministrazione di Moody’s è composto da ex dirigenti in pensione di big delle maggiori banche mondiali, professori di finanza ed ex direttori di grandi corporation americane.

Fitch, l’unica agenzia europea

Concludiamo con Fitch, la più piccola delle tre agenzie di rating e l’unica non americana. Le sue azioni sono controllate in maggioranza (il 60%) dalla finanziaria francese Fimalac di  Marc Ladreit de Lacharriere, in passato dirigente e amministratore di L’Oréal, Crédit Lyonnais, Air France e France Télécom. Insomma nonostante le rassicurazioni sull’indipendenza di queste agenzie, in realtà le stesse sono controllate dagli stessi investitori che poi attaccano le economie nazionali a seguito delle valutazioni di rating. Il problema nasce tutto qui. Anche perché le agenzie non si occupano solamente della solvibilità e della salute dei conti pubblici, ma spesso, alla base delle proprie scelte, mettono valutazioni sull’affidabilità politica di un Paese.

Giudizi non sempre obiettivi
Questi giudizi, influenzando le decisioni politiche, portano a effetti nefasti: attaccano il nostro modello sociale, con tagli su sanità e pensioni, la vita dei cittadini, il funzionamento democratico delle istituzioni. In altre parole, incidono su ciò che dovrebbe essere più importante per uno Stato: la sovranità nazionale. Persa questa, i conti pubblici, anche se positivi, non hanno più alcun valore. Il rischio, sempre più concreto, è che l’economia prevalga sulla politica. Così facendo, si darebbe ragione a posteriori a Marx, che, nel lontano 1845, affermava proprio essere “l’economia il nostro destino”. Tutto questo, in pieno XXI secolo e dopo la caduta del Muro di Berlino e l’implosione dei regimi sovietici, sarebbe molto ironico. Anzi no, peggio: tragico.