Tutte le declinazioni di Patria (senza se e senza ma)

Cos’è la Patria? E come si fa a rinnovarne il senso per il futuro? Mica da poco la domanda che ieri, ad Atreju, i ragazzi della Giovane Italia hanno rivolto a Ignazio La Russa, Luciano Violante, Giordano Bruno Guerri e Aldo Schiavone. La Patria è un’idea, è la lingua, è l’eredità di chi ci ha preceduto, è il modo in cui guardiamo al domani. La Patria è, per ognuno dei relatori, almeno una di queste cose. Poi, certo, queste cose vanno declinate nella realtà, vanno misurate (anche) nel quotidiano. «La Patria si ama nel bene e nel male, senza parentesi», ha detto il ministro della Difesa. E, in un clima di grande fair play, era un po’ una frecciatina al correlatore Violante e alla sua cultura di provenienza, che per anni ha misconosciuto la Patria. «Al punto da negarne i simboli, da farli apparire kitsch», per usare le parole di La Russa. È una vecchia polemica quella tra destra e sinistra rispetto all’amor patrio. Ognuno ha i suoi argomenti da usare: «Noi sventolavamo il tricolore ogni giorno, quando gli altri lo tiravano fuori solo alle partite dei mondiali»; «Noi altri abbiamo avuto una bandiera del Pci bordata dei colori nazionali e il giornale dell’Anpi si chiama proprio Patria».
Anche ieri le è stato pagato un tributo. No, quella vecchia polemica non è superata. E, forse, non può esserlo. Non ancora, almeno. Michele Pigliucci, il dirigente nazionale della Giovane Italia che moderava l’incontro, ha parlato di “rivoluzione culturale”. Meglio: ha chiesto se finalmente non si possa parlare di “rivoluzione culturale. «I fili della storia si stanno lentamente riannodando», ha risposto La Russa, come a dire che da fare ce n’è ancora molto. Molto, comunque, è stato fatto.
L’ostinazione con cui per decenni la destra ha portato avanti l’orgoglio di essere italiani, il settennato di Ciampi, e perfino la Lega – che con le sue polemiche ha prodotto un’eterogenesi dei fini –  hanno fatto sì che oggi anche a sinistra si sia riscoperta l’appartenenza nazionale. Ma, e anche questo è stato ricordato, quando c’è stato da difendere il 17 marzo come festa nazionale solo i ministri ex An, e in particolare La Russa e Meloni, sono stati in prima fila, anche contro il loro stesso governo. La sinistra, invece, si è schierata con Confindustria, contro la “data in rosso” sul calendario. Di rivoluzione culturale, invece, si può parlare senza remore per ciò che accaduto tra gli italiani, per ciò che gli italiani hanno fatto: rendere vera quella festa, sentendola fino in fondo e fin dall’inizio.
Perché poi, checché ne dica qualcuno, gli italiani sono un popolo, condividono – ha sottolineato Giordano Bruno Guerri – lingua, storia, religione. E, si direbbe, miti. Lo scrittore è anche presidente della fondazione del Vittoriale degli italiani. È bastato ricordarlo e fare il nome di D’Annunzio perché dalla platea di ragazzi si levasse un applauso davvero partecipato. D’altra parte, il Vate è stato scelto fra le icone dell’italianità che, insieme ad alcune icone dell’immaginario, accompagnano gli ospiti di Atreju durante tutto il percorso della festa. Con lui ci sono anche Guglielmo Marconi e Giovanni Paolo II, italiano ad honorem. I ragazzi della Giovane Italia, però, hanno voluto chiarire anche chi sono, dal loro punto di vista, gli anti-italiani: Togliatti, Marchionne, Borghezio e anche Carlà, che s’è ricordata di amare l’Italia solo quando c’è stato da portare la fiaccola alle Olimpiadi di Torino. E che, è spiegato nella didascalia, è scappata dell’Italia per paura delle Brigate rosse e si è ritrovata a difendere assassini come Battisti. A Violante quella galleria non è piaciuta, perché – ha sostenuto – il punto è che dobbiamo riconoscere l’amor di Patria anche in quelli con cui non siamo d’accordo. E questo, va da sé, riporta al pettine un altro nodo mai sciolto: la pacificazione. Violante, con coraggio, fu uno dei primi a dire che anche i ragazzi di Salò meritavano rispetto. Molti anni dopo quello è ancora un tema che fa discutere. Ma se ne discute. «Lentamente si fa strada un sentimento di pacificazione», ha sottolineato anche in questo caso La Russa.
Ma come si declina tutto questo nella politica d’oggi? Cercando ciò che unisce, tra un’idea di futuro e un’eredità ricevuta dalle generazioni precedenti – è la risposta emersa dal dibattito di ieri. E ciò che unisce per Violante può essere la ricerca; per Schiavone la capacità di rinnovarsi nel pensiero e contaminare il mondo con più Italia; per Giordano Bruno Guerri è la difesa della lingua, proposta che tra l’altro è piaciuta particolarmente ai ragazzi di Atreju. «È ora – ha detto Pigliucci – di ritrovare la “I” che manca nella scuola delle tre “i”. Ci sono inglese, informatica, impresa. E la “i” di italiano?». Sono tutte proposte aperte, da misurare nella quotidianità. Una cosa concreta con cui iniziare, però, c’è e l’ha ricordata La Russa, quando ha dato a Violante la maglietta che chiede l’estradizione di Battisti. «Giustizia per le vittime. Consegnare il terrorista Battisti all’Italia», c’è scritto su. E Violante è stato d’accordo: «Questa è una battaglia di giustizia e di verità».