Per i radical chic è “arte”, per i comuni è un danno

«Muri puliti, popoli muti». Questo vecchio messaggio, che circola ampiamente nei blog non conformi come Zentropa, si legge a cornice di scritte murali e disegni che parlano di libertà, di giustizia sociale, di identità. E, più in generale, di messaggi e stili che nei cosiddetti canali ufficiali faticano a trovare spazio. Ma, a fronte di questi casi, quando di parlare di scritte e di street art il problema vero è un altro. Perché anche un occhio disattento non può lasciarsi sfuggire tutto il resto che si vede nelle città: scritte di qualsiasi natura a ogni angolo di muro, improbabili disegni, dichiarazioni e, sempre più spesso, atti di semplice vandalismo.
Certo, ci sono writer e writer, così come esistono scritte che hanno un senso e stupidaggini belle e buone. Abbiamo, ad esempio, artisti che provengono dalla strada e che hanno reso la loro attività border line arte con la “a” maiuscola: Banksy su tutti. Ma, a fronte di questi, esiste tutta una pletora di improvvisati che appena si accorgono di una piazza ristrutturata – o di un palazzo appena rifatto – ne approfittano per farne scempio. Tant’è che molti esercenti preventivamente pagano dei disegnatori affinché per lo meno la propria saracinesca abbia un disegno “a tema” con l’attività.
Tutto questo, come è evidente, per il pubblico comporta costi. Soprattutto in un momento come questo – con i comuni sul piede di guerra per la manovra – la voce “pulizia dei muri” diventa tutt’altro che di secondo piano nel bilancio di un ente locale. E il fenomeno, poi, aumenta nonostante diversi comuni mettano a disposizione aree apposite per artisti di strada e altri invece abbiano dichiarato “guerra” ai graffitari. Ma, come dimostrano ambedue i casi, ciò non distoglie l’attenzione morbosa dai muri. Per capire l’impatto basta la cifra di una città non grande come Lucca: sessantamila euro all’anno solo per rimuovere le scritte che, come ha spiegato l’assessore che si occupa al decoro pubblico Moreno Bruni, rappresentano «un’emorragia di soldi pubblici che potrebbero essere invece usati in modo diverso». Cifre che, se parliamo di città come Roma e Milano, assumono i contorni preoccupanti. Ce lo spiega Marco Visconti, assessore all’Ambiente di Roma, conti alla mano: «Complessivamente per il decoro urbano, di concerto con l’Ama, spendiamo ogni anno circa cinque milioni di euro. Ciò comprende, tra le altre cose, la rimozione dei graffiti e quelle delle scritte illegali. Adesso, dopo aver ripulito zone importanti come viale Marconi e Trastevere, verrà il turno del quartiere San Lorenzo». Questo dei graffiti, come si vede, è un problema costoso nonostante il comune stia portando avanti il progetto Urban act: un “patto” firmato dal sindaco di Roma Gianni Alemanno con i writer capitolini per preservare i luoghi storici e gli edifici. Ragion per cui «un conto – continua Visconti – è il writer che fa parte di Urban act, un conto sono quelli che scrivono sui cassonetti dell’ immondizia nuovi e distruggono i nostri muri. C’è una bella differenza tra le due cose».
Si dirà: meglio le città “imbalsamate”? Ci mancherebbe. Anche perché, fin dall’antichità, l’utilizzo di fare del muro una bacheca degli umori e dei sentori popolari è sempre esistito. Come esempio bastino la “pasquinate”, affisse nella celebre statua di Pasquino a Roma, da sempre terrore per i potenti di turno che venivano presi di mira dalle scritte (più delle volte dagli improperi) dei cittadini. Anche i regimi, dal canto loro, hanno fatto largo uso dei muri. Il fascismo, ad esempio, utilizzava spesso la tecnica murale, soprattutto nei territori rurali e nelle città di fondazione: un modo per portare anche il “messaggio”. E dopo, con la nascita della Repubblica sociale italiana, i territori venivano contesi tra milizie fasciste e partigiani anche a suon di scritte, in una ridotta appunto della guerra civile. Stessa cosa è accaduta nella Cuba di Castro e nell’Iran dopo la rivoluzione khomeinista.
Dagli anni ’70, proporzionalmente all’impegno politico, il fenomeno è esploso. Pennello alla mano scritte e disegni servivano a “marchiare” il territorio (esempi famosi i murales in Irlanda del Nord che dividevano i quartieri cattolici da quelli protestanti). In Italia – con l’avvento poi delle bombolette spray – se n’è sempre fatto largo uso. E, al di là della militarizzazione dei quartieri in “rossi” e “neri”, quelle scritte hanno rappresentato anche l’occasione per chi non aveva voce (e quella che emergeva veniva distorta dai media del tempo) di potersi far leggere. Dai muri si “imparava” anche: ad esempio temi tabù come la causa tibetana o, appunto, quella nordirlandese. Le scritte erano anche provocazione: capitava anche che a qualcuno andasse di rovescio il cappuccino, ad esempio, quando uscendo dal bar leggeva su molti muri “Onore al comandante Che Guevara” firmato con la croce celtica. Insomma, c’è stato un periodo in cui quella scritta – seppur illegale – ha rappresentato davvero la possibilità per certi ambienti di accedere a un mezzo di comunicazione diretto e, per quanto possibile, di massa. E oggi? Come abbiamo visto persistono ancora i “messaggi” nelle scritte. E forse, nell’epoca di facebook e di twitter, permangono davvero come segno a suo modo multimediale e retrò di comunicare. Ma, nella maggioranza dei casi, molte di queste scritte risultano essere lo specchio dei tempi: da quelle in stile “mollaccione” alla Moccia (quante volte abbiamo trovato quel patetico “io e te tre metri sopra il cielo”), a quelle che denotano un vuoto presenzialismo (“Mario e Luca sono stati qui”), agli atti di vandalismo belli e buoni fino alle guerre a suon di sigle che gang di adolescenti brufolosi si scambiano su muri, palazzi e monumenti.  Che tempi…