Lotta all’evasione in nome del patriottismo economico

A Napoli la chiamano arte di arrangiarsi e, a sentire i soliti bene informati, sarebbero campioni in questo sport. Chi si arrangia ufficialmente non svolge nessuna attività lavorativa ma nei fatti riesce comunque a sbarcare il lunario. Talvolta fa lavoretti in nero o svolge il piccolo commercio, sempre rigorosamente all’insaputa del fisco, tal’altra percepisce la pensione come invalido. Ha fatto scalpore, qualche anno fa, quel titolare di assegno di invalidità perché cieco, pizzicato mentre era alla guida della sua macchina. Per tutti è normale trattare con l’anziano che fa l’idraulico, lo statale che svolge lavori da imbianchino, lo studente che fa il turno di notte nel garage sotto casa, ma anche il medico che ti chiede 200 euro per la visita, ma è disposto a scendere a 100 se non chiedi la ricevuta fiscale. Chi evade ne sa, notoriamente, una più del diavolo. C’è chi non denuncia i propri redditi ma c’è anche chi, potendoselo permettere, ricorre al fiscalista attivando sofisticati meccanismi di elusione. Il risultato è che, alla fine, circa un terzo dell’economia nazionale viene sottratto al fisco. E le tasse non pagate costituiscono una voragine enorme che manda in tilt ogni tentativo di portare in pareggio il bilancio e di abbattere il debito.
Il “parassita” degli spot pubblicitari, messo in rete in queste settimane dal ministero dell’Economia per additare l’evasore al disprezzo degli italiani, non è una novità per nessuno. Questo Paese con l’evasione ci convive da sempre, anche se il fenomeno acquista notorietà ogni volta che, per qualche problema, il governo è costretto a ricorrere a dolorose manovre economiche per riportare in rotta i conti. Così sta succedendo anche negli ultimi mesi. La crisi internazionale e l’enorme debito accumulato negli ultimi decenni costringono Berlusconi e Tremonti a chiedere agli italiani di tirare la cinghia. La coperta è corta, e ognuno cerca di sottrarsi ai sacrifici. Così si riparla di nuovo di caccia all’evasore e di mezzi per contrastarlo, arrivando persino alle manette e alla delazione. L’evasione entra in manovra, dopo che l’adozione di altri provvedimenti si è  rivelata impercorribile.
Ma quanto vale l’evasione?  L’economia sommersa stimata dall’Istat è pari nel nostro Paese a circa 270 miliardi di euro, che potrebbero generare imposte per oltre 100 miliardi, una cifra tale da rendere inutili le due manovre di questa estate. E sì, perché assieme ai redditi occultati c’è anche l’Iva non pagata, le false pensioni percepite e quant’altro. Si stima che l’evasione media ammonti a 17,87 euro ogni 100 versati al fisco, ma tolti i redditi che non possono essere occultati (lavoro dipendente, pensione, interessi sui Bot e conti correnti) la percentuale sale a 38,41. Anche per la pressione fiscale il discorso è analogo: conteggiando l’economia sommersa la pressione fiscale è al 43 per cento, ma se facciamo la tara c’è un salto di dieci punti e raggiungiamo il 52. E questo è il problema. Se tutti pagassero le tasse, chi oggi fa il proprio dovere nei confronti del fisco sarebbe meno tartassato.
Ma per quale motivo altrove l’evasione non raggiunge livelli tanto imponenti? Perché, a parte i Paesi nordici (ma qui il senso civico dei cittadini è molto alto)  il nostro livello di tassazione è tale da incoraggiare il rischio. Silvio Berlusconi ha più volte ripetuto che se abbassassimo i livelli di pressione fiscale dall’attuale 43 al 33 per cento il fenomeno si ridimensionerebbe da solo. Una speranza? È probabile. Nessuno può negare, però, che la nostra specificità rispetto al altre economie sviluppate è rappresentata dalla presenza di  cinque milioni di partite Iva: quasi tutte piccole e piccolissime imprese che con l’attuale esosità del fisco non pagano le tasse per sopravvivere. In caso contrario sarebbero costretti a soccombere alla concorrenza e a chiudere le saracinesche. Ecco perché troviamo improprio che si torni a parlare sic et simpliciter di evasione in occasione del varo di questa manovra economica. Perché il possibile incasso è molto difficile da quantificare e perché  mettere il sale sulla coda agli avasori è un dovere che lo Stato deve esercitare in ogni momento e non soltanto quando si manifestano bisogni estemporanei di nuove entrate, e perché il vero contrasto agli avasori non può che essere successivo a una equilibrata riforma del nostro fisco, che abbassi il livello della tassazione e la renda più equa. Il passaggio dal prelievo diretto a quello indiretto ha in questo senso il proprio peso. Se non altro perché così tutti finirebbero per pagare: ognuno in proporzione agli acquisti fatti. Chi più consuma più paga. Una caratteristica, questa, che garantirebbe anche una qualche progressività.
Con l’aria che tira, sostenere – come faceva il compianto Tommaso Padoa Schioppa – che «pagare la tesse è bellissimo» è una tesi un po’ difficile da sostenere. Più realistico, invece, appare l’appello del cardinale Angelo Bagnasco al «dovere di pagare le imposte». Nello Formisano, segretario regionale campano dell’Italia dei valori e  vicepresidente della commissione bicamerale per la Semplificazione, scopre l’acqua calda e sentenzia che «con una seria lotta all’evasione i problemi di bilancio verrebbero risolti». Non è vero. La semplice lotta, in quanto tale, non è garanzia di nulla. Un risultato del genere sarebbe possibile se l’azione di contrasto fosse coronata da un successo totale, ma questo è praticamente impossibile. Luigi Einaudi, sosteneva che non ci può essere libertà politica se non c’è libertà economica. Altri illustri studiosi, invece, hanno disquisito sul legame tra patriottismo politico al patriottismo economico. E, quest’ultimo, cos’è se non la lealtà nei confronti dello Stato in materia di economia e di imposte? Un cittadino leale paga le tasse e collabora allo sviluppo del suo Paese. Gli evasori, invece, fanno l’opposto, sono antinazionali, si comportano in tempi di pace come fanno i sabotatori in tempo di guerra: i primi fanno fare tilt al bilancio dello Stato, i secondi mandano all’aria ogni possibilità di difesa. Le entrate originate dal pagamento delle tasse servono per fornire servizi ai cittadini e finanziare gli investimenti pubblici. Chi evade crea quindi i presupposti perché salti anche il diritto al lavoro di ognuno di noi e con esso la possibilità di sottraendosi alla schiavitù del bisogno, fondamento primo di ogni libertà politica.