Anni ’70: la destra non ha mai odiato

Quando uscì la prima edizione, nel 1984, fu un libro dirompente. Forse il titolo, forse l’idea, forse il bisogno che tutta un’area politica aveva di quel confronto troppo a lungo rimandato, troppo a lungo negato dietro atteggiamenti truci e pensieri nebbiosi. Senza esagerare, si può affermare che C’eravamo tanto a(r)mati fu un libro crocevia per un’intera generazione. Raccontava gli anni Settanta da un punto di vista non ideologico, facendo emergere il privato dei protagonisti di una stagione, il loro percorso esistenziale prima che “partitico”. E la rivoluzione di metodo non si fermava qui: c’era il fatto di mettere insieme itinerari diversi, se non proprio la destra e la sinistra (perché la sinistra orotodossa non è rappresentata) almeno quelli che potevano essere considerati ex avversari, o osservatori disincantati, o comunque “differenti”, come Giampiero Mughini, Massimo Cacciari, Stella Pende, Francesco Guccini, Oliviero Beha e Alberto Camerini. Tra l’altro, le pagine scritte da Giampiero Mughini (“Il giorno che morì mio padre”) costituirono il primo nucleo di un altro saggio molto importante per l’evoluzione della storia delle idee nel nostro paese: Compagni, addio (Mondadori 1987). Oggi Settecolori ristampa il libro per la terza volta, offrendone le testimonianze ai liquidi anni contemporanei e l’operazione fa certo chiarezza di tante stupidaggini dette sulla nuova destra e le nuove sintesi: l’esperimento letterario curato da Stenio Solinas e Maurizio Cabona non mirava a ricomporre due culture e due orizzonti apparentemente inconciliabili ma a dimostrare che c’era chi aveva vissuto gli anni Settanta senza cedere al diktat dei “blocchi” contrapposti, mantenendo insomma uno spirito critico e che da lì, da un punto di osservazione disincantato ma non individualista, occorreva ripartire per superare non gli anni di piombo (già archiviati) ma quello spirito di fazione che anche recentemente ha provocato i suoi indelebili guasti nel quadro politico italiano.
E c’era anche, in ogni caso, la volontà di superare quell’etichetta di destra che già all’epoca si riteneva inadeguata a rappresentare il vissuto squadernato dalle stesse testimonianze raccolte. L’importanza attuale del libro sta tutta qui: esso è una sorta di “reperto”, di “documento” di un’epoca, di cui restituisce gli umori e le finalità. Rispetto all’oggi certifica una presa d’atto che si è andata via via consolidando dalla fine degli anni Settanta ad oggi: la complessità della modernità non può essere affrontata solo con le risposte della destra o solo con quelle della sinistra. Rispetto ai due orizzonti, ormai alquanto sbiaditi, va alzato (o abbassato) lo sguardo. Ciò non implica necessariamente il disprezzo per le antiche appartenenze (purché siano state vissute con spirito disinteressato) ma l’accettazione che la maturazione delle idee è un processo ineluttabile, necessario e a suo modo più coerente di un “fissismo” da riserva indiana.
I percorsi  biografici trattenuti nelle testimonianze del libro ci dicono proprio questo: che i muri di nessuna sezione e di nessun partito potevano arrestare il vento delle trasformazioni e che nessuna imperterrita e agguerrita militanza (concetto per cui pure chi scrive ha nutrito infondate speranze) può alla lunga tenere la vita, con tutte le sue contraddizioni, lontana dall’esperienza quotidiana che è, anche, esperienza politica. Uno dei contributi del libro è da questo punto di vista davvero esemplare. Lo firmano Sergio Carrara e Pietro Grassi e racconta il punto di vista dei “camerati” di un piccolo paese toscano, Chiesina Uzzanese, dove il clima degli anni Settanta si vive all’insegna «di affermazioni sovrane e di negazioni assolute, di amicizie intramontabili e di inimicizie senza appello. Cavalieri del bene contro cavalieri del male». Ma ciò che a Chiesina era gioco e spensieratezza altrove si tradusse in tragedia. In ogni caso anche lì, nel chiuso recinto delle illusioni di un borgo che sembra impermeabile alle novità, arriva il momento di mettersi “a scrutare la terra intorno”. È l’approdo cui alla fine sono costretti anche gli altri autori del libro come Umberto Croppi e Adolfo Morganti, Raffaello Belcaro e Massimo Greco, Roberto Bassi e Armando Torno. Si trattava, come scrive Cacciari, di opporsi ai riti stanchi delle ideologie in nome “della vita e del divenire creatore”. Chi lo faceva alla fine si sentiva come liberato da un’oppressione e non è detto che questo sentimento riguardasse solo la sinistra. Non è detto neanche che l’eredità malata di quegli anni sia rimasta confinata nel passato e che i rispettivi ambienti non se la portino ancora dietro, sotto forma di “sindrome della cospirazione, della congiura, dell’accerchiamento, che si esprime in un incessante smascheramento dei nemici e in reiterati tentativi di proibire ogni metamorfosi”. Chi soffre ancora di queste allucinazioni, avverte Cacciari, non è detto che si sia liberato del tutto di quegli anni a meno che non li si sia vissuti, come Guccini, “stando dentro e fuori”. Altri, come Massimo Fini, considerano i Settanta l’epoca delle grandi illusioni cui segue il risveglio da una prolungata ingenuità: «Ho avuto il torto di affrontare questi anni con troppa ingenuità. Si trattasse della grande industria o del movimento studentesco, della magistratura, del giornalismo o del mondo politico, li ho vissuti con un candore che sconfina nella balordaggine. Questo è vero. Ho però l’impressione che le delusioni patite da quel ragazzo che io ero nel 1970  non siano solo un fatto individuale, ma appartengano anche a un naufragio di speranze collettivo». C’era per alcuni la cifra dell’ingenuità, sul versante opposto più spesso il tratto esistenziale dominante era l’intensità: «Non vivere il presente – scrive Raffaello Belcaro – è vivere senza tempo, senza il suo ritmo che dà un senso a tutto quello che facciamo. La nostra paura era di invecchiare senza aver vissuto abbastanza…».