Allarme sovrappopolazione: l’Italia ci ha creduto (e paga)

Contrordine compagni: la sovrappopolazione mondiale non è più un problema. Arrivare a sette miliardi di abitanti è, anzi, «un traguardo cruciale che offre sfide e opportunità senza precedenti». A dirlo sono le Nazioni Unite, mentre si preparano a festeggiare la nascita del settemiliardesimo terrestre. La data del lieto evento è stata fissata, evidentemente in modo convenzionale, per il 31 ottobre e sarà accompagnata da una serie di eventi artistici, culturali e di approfondimento in tutto il mondo. La parola d’ordine lanciata dall’Unfpa, il Fondo dell’Onu per la popolazione, è dunque “ottimismo”.

La profezia del collasso
Quarantatre anni e tre miliardi di persone dopo, sembra davvero un altro mondo rispetto a quello in cui il biologo e ambientalista americano Paul R. Ehrlich, nel suo The population bomb, lanciava profezie che fanno sembrare degli hippy Nostradamus e i Maya: il pianeta collasserà, ci saranno carestia e morte. Era il 1968 e il pronostico era per gli anni Ottanta. La madre terra non è che se la passi benissimo, ma nel frattempo è sopravvissuta al traguardo dei quattro miliardi del 1973, a quello dei cinque del 1987 e a quello dei sei del 1998.

I massimi sistemi
Ogni tappa ha portato con sé nuovi allarmi e nuovi interrogativi. Per lo più ancora in attesa di risposte. Due grandi questioni su tutte: i cambiamenti climatici e il divario tra Nord e Sud del mondo. Entrambe sono irrisolte: gli studiosi ancora non si sono messi d’accordo sul perché non ci siano più le mezze stagioni (colpa della sua prolificità dell’uomo o naturale stravolgimento ciclico?); i politici, i sociologi, gli economisti, la stessa Onu ancora non sono riusciti a venire a capo del problema per cui chi si riproduce con maggiore entusiasmo consuma di meno e chi è a tasso di natalità sotto zero consuma per tutti gli altri e anche di più.

E il sistema italiano
A fronte di ciò, comunque, qualche reazione alle preoccupazioni di Ehrlich pure c’è stata. E non sempre i suoi esiti sono stati dei più felici. Lasciamo stare la strage delle bambine in Cina, poiché non c’è dubbio che la politica del figlio unico avesse davvero poco a che fare con il senso di responsabilità nei confronti del pianeta. In buona parte dell’Occidente è andata meglio: semplicemente i figli si è smesso di farli. In Italia, poi, la questione è stata presa parecchio sul serio e oggi siamo uno dei Paesi con il minor tasso demografico al mondo. Nel 2010 ci siamo attestati a 1,4 figli per donna, ma una grossa mano ce l’hanno data le immigrate. Anzi, stando a tutte le analisi, sono proprio loro a garantire un futuro al Belpaese. Il picco demografico più basso, non a caso toccato quando il fenomeno migratorio non aveva la portata odierna, è stato nel 1995: si è fermato a 1,18 figli per donna. Nel 1952 erano 2,33. Il minimo sindacale per garantire il ricambio generazionale è 2,1.

Quelli che dicono no (ai figli)
Ora, è vero che gran parte di questa refrattarietà italiana è dovuta al cambiamento degli stili di vita, ma è anche vero che almeno in parte c’è una quota di scelta ideologica. Scriveva nel 2007 Giovanni Sartori, sul Corriere della Sera: «Ogni persona in più dei Paesi sviluppati o in rapido sviluppo (Cina inclusa) inquina ed esaurisce le risorse naturali (mettiamo) 50 volte di più di un uomo di cinquecento anni fa. Comunque, ammettiamo — ottimisticamente — che la tecnologia ci possa salvare. Ma questa speranza è sottoposta a una condizione tassativa: fermare, e anzi fare retromarcia, sulla crescita della popolazione». E questo senza voler citare tutto l’ampio spettro di posizioni sull’argomento in voga fin dagli anni Settanta. In rete di ragioni per non fare figli se ne trovano dei più disparati. Su un blog chiamato econonviolenza è stilata una lista di otto buoni motivi. Fra acqua, energia e paesaggio c’è anche «giustizia»: «Con l’aumentare della popolazione la crisi della giustizia diverrà una disfatta e il rischio vero è quello di perdere la pacifica convivenza». Giustamente uno punta all’esaurimento della specie, così azzera il rischio a monte.  

Un problema, non una soluzione
In realtà, proprio la tenuta del sistema è l’esempio del perché non fare figli è un problema più che una soluzione. «I demografi (assieme a molti economisti) vogliono sempre più bambini per alimentare le pensioni. Si può essere più irresponsabili e dissennati?», scriveva ancora Sartori. Letta oggi quell’affermazione fa un altro effetto. E del resto, da tempo, gli studiosi avvertono che in Europa il sistema collasserà molto prima del mondo, per il combinato disposto della scarsa natalità e dell’invecchiamento della popolazione.

L’esempio francese
In altri Paesi il problema se lo sono posto anni fa. In Inghilterra hanno tentato di risolvero con i sussidi diretti e senza condizioni alla maternità. Si sono rivelati un boomerang mica male: hanno creato un nuovo proletariato fatto di giovani e giovanissime ragazze madri la cui unica fonte di reddito era l’assegno statale. Già a Tony Blair toccò correre ai ripari e ripensare il welfare. È andata meglio in Francia, dove il trend demografico è stato invertito senza contraccolpi nefasti: in pochi anni Parigi è riuscita a riconquistare la vetta della classifica europea attestandosi al secondo posto (1,90 figli per donna) dopo la tradizionalmente feconda Irlanda (1,99). Lì, però, è stata compiuta una precisa scelta strategica: lo Stato ha deciso di fornire servizi per quella famosa conciliazione dei tempi di cui anche da noi tanto si parla, ma per cui poi poco si fa.