«Questo spiega perché serviva il nucleare»

«Soluzioni miracolistiche, nel campo dell’energia, non ce ne sono. Ci sono politiche per migliorare la situazione». Così il sottosegretario allo Sviluppo economico Stefano Saglia commenta la relazione annuale dell’Autorità dell’energia elettrica e del gas, dalla quale emerge che nel secodo semestre del 2010 le imprese italiane, nelle classi di consumo più rappresentative, hanno pagato il 26% in più rispetto alla media europea. Il dato delle superbollette non è nuovo, ma ogni volta che viene presentato rilancia il dibattito su come intervenire. E, stavolta, il dibattito si carica di un elemento in più: il risultato del referendum sul nucleare. «Le politiche che possiamo mettere in atto – spiega Saglia – sono a lungo termine e senza nucleare è tutto più difficile».

Ma oggi è una realtà con cui fare i conti.

Li stiamo facendo e, anche alla luce degli eventi internazionali, il governo in autunno presenterà una nuova strategia energetica. Avrà come obiettivi la sicurezza degli approvvigionamenti, la competitività dei costi per le aziende e la sostenibilità ambientale. Ma dobbiamo essere consapevoli che ancora per parecchio tempo continueremo a dipendere dal gas, che è la fonte a idrocarburi più pulita, ma anche più costosa. Proprio partendo da queste considerazioni avevamo fatto la scelta strategica del nucleare. Ora, invece, bisogna prendere atto che per almeno 20-30 anni resteremo dipendenti dal gas, lavorando per ridurre il peso del costo energetico. Dobbiamo aumentare le infrastrutture per avere un po’ più di concorrenza e abbassare i prezzi e diversificare le rotte per sopperire al problema della Libia.

Che è un nodo che andrebbe sciolto subito…

E sul quale proprio oggi abbiamo incontrato il ministro dell’Azerbaigian, con cui stiamo stringendo un accordo per un gasdotto che passerà per Turchia e Grecia e arriverà in Italia. Un altro gasdotto, il Galfi, collegherà l’Italia all’Algeria. In più, va creato un mercato spot per far arrivare il gas via mare da vari Paesi. Se facciamo queste infrastrutture continueremo ad avere bisogno di gas, ma ce ne arriverà di più con un vantaggio per la produttività e la competitività.

Cos’altro c’è nella nuova strategia energetica?

Ci sono i progetti per il carbone pulito, come quello che ha realizzato l’Enel a Civitavecchia o quello per la riconversione di Porto Tolle, che era una centrale oliocombustibile. È una grande centrale da 2mila megawatt, trasformarla a carbone pulito, che è un combustibile che costa poco, significa aiutare il mix italiano e aiutare l’ambiente, perché così inquina molto meno.

Perché all’inizio avevate preferito il nucleare a queste misure?

Perché avrebbe rappresentato il 20% del fabbisogno entro il 2030. Con questo piano riduciamo la dipendenza dal gas, aumentando la quota di carbone e di rinnovabili, ma la strada è molto più difficile. La percorriamo per necessità, ma non porterà gli stessi benefici.

A proposito delle rinnovabili, nella manovra cosa è successo sui tagli agli incentivi?

C’è stata un’operazione un po’ maldestra, che non andava fatta. Noi stiamo già riducendo gli incentivi in base al miglioramento delle tecnologie: più si diffondono il solare, l’eolico, le biomasse, meno costano gli impianti. Ma un conto è ridurli gradualmente, un altro conto è fare un taglio drastico. Così si fanno scappare tutti.

Quanto possono incidere le rinnovabili sul nostro fabbisogno?

Intorno al 17% entro il 2020. Il nostro impegno è massimo e in linea con le direttive Ue, ma le rinnovabili non sono un vantaggio dal punto di vista economico e della competitività. Sono sussidiate dal pubblico.

Sono un costo?

Migliorano le performance ambientali, ma, sì, sono un costo.

A proposito di costi, perché le famiglie pagano nella media europea e le imprese no?

Perché l’utente domestico ha una garanzia di Stato che consiste nell’acquirente unico: un soggetto acquista energia per tutte le famiglie e poi la gira. In realtà, anche la grande industria è un comparto assistito. La verità è che le piccole e medie imprese sono quelle che pagano di più e questa è un’anomalia tutta italiana su cui è difficile intervenire. Con le liberalizzazioni e con il mercato la situazione è migliorata, ma il sistema va aggredito e senza nucleare resta il problema del combustibile. Si possono spingere le imprese a investire nel campo dell’autoproduzione rinnovabile con gli incentivi pubblici.

E siamo sempre nella voce “costi”.
Sì, è un gatto che si morde la coda.

In Europa cosa succede?

Nessuno ha fatto passi indietro sul programma nucleare. Solo la Germania dice che punterà all’80% delle rinnovabili, ma secondo me aumenterà gas e carbone e non ne avrà un beneficio in termini di costi. È una questione di priorità: se vuoi abbassare i costi non puoi fare a meno del nucleare, se punti su ambiente e sicurezza paghi.

Si paga per ambiente e sicurezza o per un effetto panico?

Per l’effetto panico. L’opinione pubblica è legittimamente preoccupata, ma a detta degli scienziati la situazione del nucleare è assolutamente gestibile. Fukushima è stata un evento non prevedibile e impossibile da contenere ma, per intenderci, il livello di sicurezza delle centrali è tale che se ci arrivasse un aereo dentro non esploderebbero. Noi, comunque, non abbandoniamo la ricerca e anzi c’è un progetto italiano, del professor Ginotti, che lavora per il raffreddamento a piombo. Oggi un reattore così non esiste, ma con il lavoro di questi scienziati un’altra Fukushima non ci sarà.