Ma il rock non è solo sex’n’drugs

Amy Winehouse diventa un esempio del superamento dei limiti a tutti i costi con le sue drammatiche conseguenze. Anche lei a 27 anni – l’età degli angeli maledetti, la stessa di Jimi Hendrix, Jim Morrison, Janis Joplin – è stata trovata morta in casa, dopo un disastro esistenziale. E ora la scomparsa della cantante pop inglese pone l’interrogativo sul perché tra i grandi della musica ci sia una sorta di cupio disolvi che li spinge all’autodistruzione. L’ultima apparizione pubblica, a Belgrado dell’artista, è la parabola della sua vita: ubriaca e strafatta è salita sul palco barcollante e farfugliante, senza riuscire a cantare neanche una nota in maniera decente. La carriera di Amy  è durata pochi anni: due album Frank del 2003, e Back to Black del 2006, il disco dell’esplosione, lo squillante annuncio di una predestinata. E non a caso il suo grande hit è stato Rehab, dove lei risponde “no, no, no” ai genitori che l’avrebbero voluta far disintossicare. Amy puntava all’essenza delle emozioni, molto presto però è diventata protagonista assoluta del gossip tossico, come se volesse trasferire nel mondo del pop gli incubi chimici di “Trainspotting”. Ma qual è il vero volto degli artisti, quello dell’autodistruzione o quello di chi recita il ruolo del guru e dispensa lezioni di vita?
Mogol è convinto  che molto spesso «il successo dà alla testa. E con la droga e l’alcol per loro tutto diventa più facile. Alcuni artisti pensano che la droga favorisca la creatività, in realtà favorisce l’assenza della paura e dà loro il coraggio di affrontare il pubblico. Ma l’aspetto più preoccupante – osserva Giulio Rapetti – è che grazie alla musica e alla loro sregolatezza diventano miti e i giovanissimi li imitano pensando erroneamente che il loro successo sia un modello esportabile nelle loro vite. Ed è questo l’aspetto veramente non condivisibile di molti artisti perché, non solo danneggiano la loro vita e bruciano la loro creatività, ma creano delle false aspettative nei giovani che li prendono a modello. I giovani, quelli più “deboli”, purtroppo capiscono che si tratta di modelli negativi quando è troppo tardi». Ma c’è un’identificazione: musica uguale droga? Marcella Bella è convinta di no. «Per fortuna – osserva – sono in minimissima parte quelli che si drogano. Il fatto di suonare o meno è assolutamente ininfluente perché la musica offre la grande opportunità di riempire l’anima e la testa. Si tratta di persone  psicologicamente deboli e forse sarebbero finite male nella stessa maniera anche se non fossero stati artisti. La droga prende il sopravvento in individui psicologicamente deboli e sensibili che non sanno affrontare la vita. Con gli artisti è più facile cadere negli eccessi, ma per fortuna non sono tutti uguali. Purtroppo i loro stili di vita sono un esempio per milioni di giovani che pensano di avere il loro successo e si stordiscono con la droga e con l’alcol alle prime difficoltà». Marcella osserva che «nel mondo della musica c’è un’estremizzazione: da un lato ci sono esempi di eccessi e dall’altro ci sono artisti che assumono atteggiamenti da santoni. Chiaramente io preferisco questa seconda ipotesi, anche perché il santone parla e io posso anche non ascoltarlo. Celentano, per esempio, mi piace quando canta, ma non mi fa impazzire quando comincia a pontificare. In molti di loro c’è un altissimo livello di autostima e pensano di essere al di sopra delle parti».
Anche Tony Esposito è dell’idea che «il disagio personale dell’artista incide prepotentemente. La musica affilia, è un contenitore di disagio ed è quindi facile trovare in quest’ambiente persone con forti problematiche della personalità. Io stesso che seguivo le vicende di Amy Winehouse mi chiedevo “quanto durerà la vita di questa donna?”. Lei aveva un forte  senso autodistruttivo. Il suo disagio non nasce negli anni ’70, quando la musica era sinonimo di sballo e la droga era affiliata alla musica, in quegli anni la genilità era legata alla droga, ma adesso c’è una corsa al salutismo. Amy aveva grossi problemi, e e il successo inaspettato ha evidenziato il senso di autodistruzione che era in lei». Anche Esposito condivide l’idea che nella «musica non ci sono solo i “cattivi maestri”, ma c’è anche chi tende a comunicare alle masse le battaglie sociali in cui crede. Bono Vox crede nell’azzeramento del debito e io, per esempio, cerco di far conoscere la mia battaglia per il Darfur». Più sociale l’interpretazione di Edoardo Bennato: «Per il tipo di vita che fa un artista è molto più facile che diventi schiavo della droga in una escalation che porta all’autodistruzione. Ma detto ciò, sono problematiche che vengono da lontano. Se l’essere umano sin dai primi mesi di vita non si sente accettato e compreso è facile che sviluppi delle patologie e questo lo si ritrova in tutti gli ambienti. Quindi, quando è più grande cercherà affetto nel clan e se non ha una forte corazza al 99 per cento finirà con l’usare sostanze. Nella musica – conclude Bennato – questo viene amplificato e colpisce maggiormente l’immaginario collettivo».