Facebook e felicità: il vocabolario di Alfano

La sorpresa era nascosta nei titoli di coda, poco prima dei saluti, quando l’altra sera Angelino Alfano per la prima volta aveva pronunciato quella parola che nella classe dirigente della destra spesso provoca diffidenza: facebook. L’appello del segretario del Pdl ai giovani, in chiusura della sua intervista al debutto di Mirabello, è una clamorosa banalità, ma di straordinaria rilevanza per chi è consapevole del gigantesco gap di mezzi e capacità – a vantaggio della sinistra – nell’utilizzo mediatico della rete. «Noi siamo alla ricerca di ragazzi che abbiano voglia e capacità di utilizzare i social network, cioè facebook», ha annunciato Alfano, dimostrando di voler andare a scavare in quella zona d’ombra nella quale è germogliata la sconfitta elettorale del centrodestra alle amministrative e alle politiche. I profeti della comunicazione, nel Pdl, quando si sono mossi nel mondo virtuale lo hanno fatto con la goffaggine degli astronauti di “Odissea 2001”, mentre a sinistra, per necessità e virtù, hanno cavalcato il web come un toro inferocito fino a domarlo, per veicolare un consenso invisibile e liquido fin nelle urne: Grillo, Pisapia, De Magistris, sono loro i profeti del linguaggio web, dispensatori di fumo, spesso, ma in grado di venderlo bene nelle aree franche delle comunicazione, laddove la politica tracima nella semplificazione, nella demagogia, nel luogo comune. Ma crea consenso, tanto.
L’elemento innovativo di Alfano, non arriva però solo dalla scoperta del buco nero nel quale affonda la destra quando si misura sul pianeta telematico. Una piccola svolta è da registrare, sul piano più generale, anche rispetto all’approccio con gli elettori, in chiave di superamento del tradizionale, e per anni vincente, modello di socializzazione politica del messaggio berlusconiano.
Dal marketing politico in salsa commerciale, televisiva, dallo spot suadente e nazional-popolare, su cui Berlusconi ha costruito le sue fortune politiche e su cui si sono stati scritte quantità industriali di saggi e libri, con Alfano si passa a un modello anglosassone, kennediano-obamiano, che in Italia è stato già sperimentato, con alterne fortune, da Walter Veltroni. Il sogno, dice Alfano: «Coltiviamo il sogno di rivincere le elezioni». Come? Grazie a voi, «alla vostra amicizia», spiega dal palco di Mirabello. Attenzione: non grazie ai vostri voti, ma alla vostra amicizia. Che non è la stessa cosa che dire: eleggeteci.
Quando parla di Berlusconi, Angelino fa riferimento alla gioia, quella che si prova ad averlo vicino. Gioia, non fredda riconoscenza. Se il segretario del Pdl cita Urso e Ronchi, in una profezia autoavverante, parla invece di felicità, «saremo felici di averli…». E non certo di pallottoliere.
Il politichese, il linguaggio barocco su cui la Dc aveva creato il suo quarantennale monolite di governo, non appartiene ad Alfano, nonostante egli stesso sia figlio di quella cultura politica, la stessa che invece lo aiuta nella percezione del contesto, non facile, in cui si muove.
Il linguaggio di Alfano cavalca le emozioni, dunque: nessuna semplificazione, si punta sulla suggestione, si guarda al mondo interiore dell’elettore che vuole condividere un progetto partecipando in prima persona: un elettore che vuole investire i propri sentimenti nell’avventura politica, più che sublimarsi nell’abbraccio collettivo spersonalizzante o specchiarsi nei successi e nel carisma di un leader, di una forte personalità in grado di dare risposte alle ansie parlando a tutti e a nessuno. Come accadeva con Berlusconi, che si caricava, forse fin troppo, il peso di un cambiamento che il singolo proiettava su una macchina guidata da un conducente esperto e decisionista che chiedeva all’elettore una fiducia quasi mistica. Il neosegretario del Pdl, invece, quando parla ai giovani, oltre a citare Internet, pronuncia quella parolina un po’ “vintage”: manifesti. Quante volte, negli ultimi anni, abbiamo sentito un leader politico tessere l’elogio dell’attacchinaggio? E quando Alfano parla della scuola privata, quella cattolica contro cui si concentra l’antagonismo politico della sinistra laica, lui la definisce libera, la scuola libera: suona meglio, no? Ma la novità sta anche nell’approccio col nemico. Niente odio, ma ironia, quando parla del governo ombra di Veltroni, «trasformatosi in un anno nell’ombra di un governo». Quando si rivolge a Casini, poi, la parola traditore, abusatissima negli ultimi mesi, lascia il posto al rispetto. Con ben altra malizia, invece, Alfano parla dei potenti che sopprimono le ambizioni dei giovani in politica, li bolla coma cacicchi locali, definizione non carina che riserva al dirigenti del suo stesso partito e che corrisponde più o meno a “capi tribali”. A parte la svolta dell’onestà, in Alfano è nuova anche la metafora sull’etica nella pubblica amministrazione, popolar-rurale, quando parla di sporcarsi le mani di farina, quando si mettono le mani nel forno. Niente male, per uno che l’opposizione aveva già bollato come ventriloquo di Berlusconi.