Diamo una famiglia ai nostri “figli”

Sono 30.700 i bambini che vivono fuori dalle loro famiglie d’origine. Non hanno un volto: i loro occhi, i loro sorrisi, le loro “grandi” storie spariscono dietro ai numeri e alle statistiche. Per lo più sono senza speranza e sono destinati, quando avranno raggiunto la maggiore età, a vivere una vita ai margini. Non tutti per fortuna, ma per la maggior parte di loro, si prospetta un futuro ancora più nero di quello che ha già segnato le loro giovani esistenze. Vite finite prima ancora d’iniziare. 30.700 sono un numero enorme e per renderlo concreto pensiamo a una città grande come Verbania abitata solo da minori senza famiglia.
Oggi sono bambini e, malgrado, la loro fragile età hanno già sperimentato il dolore dell’abbandono, della separazione dalla famiglia (quando sono fortunati solo momentanea, il più delle volte definitiva) e hanno provato l’inferno di vivere parcheggiati in quel limbo che gli adulti e la legge chiamano affidamento. Solo per pochi “privilegiati” si apre la strada dell’adozione e tra loro alla fine saranno pochissimi quelli che riusciranno a conquistarsi un posto al sole con una famiglia vera che li ami e li protegga. Quando si parla di bambini, a parole, tutti sono disponibili a impegnarsi per cercare nuove soluzioni, per alleviare e accorciare le loro sofferenze. Ma concretamente si fa ancora molto poco. L’Italia è un Paese per certi versi strano, s’interroga e preme per far entrare nei consigli di amministrazione le donne e poi si scorda della maggior parte di loro. Donne “normali”, impiegate, parrucchiere, commesse, insegnanti, segretarie, che magari potrebbero o vorrebbero adottare un bambino che vive in Italia, ma la loro genitorialità è mortificata da procedure, lungaggini e soprattutto per loro non è prevista nessuna agevolazione, se non quella che viene riconosciuta alla maternità naturale: solo tre mesi post-partum o post adozione. Un tempo assolutamente insufficiente per chi deve adottare un bambino, che ha già superato la soglia dei due anni e che va a sommarsi alla mancanza di sostegni fiscali.

I danni nel percorso evolutivo
Nel corso dei lavori della seconda Conferenza Nazionale della Famiglia che si è svolta a ottobre dello scorso anno a Milano, la professoressa Rosa Rosnati, docente di psicologia dell’adozione e dell’affido all’Università Cattolica di Milano ha reso noti i risultati di importanti studi internazionali diffusi in occasione della terza Conferenza internazionale sulle ricerche in materia di Adozione (Icar). Uno studioso e pediatra statunitense ha messo insieme i frutti di molti studi giungendo a una conclusione: per ogni anno passato all’interno di un istituto di assistenza (e quindi fuori da una famiglia) un minore accumula un ritardo di tre mesi. «Si tratta di un ritardo che coinvolge sia la statura e il peso del minore (e quindi lo sviluppo fisico) – ha spiegato la Rosnati – che lo sviluppo cognitivo».

I limiti dell’affidamento
Tutto ciò porta ad alcune considerazioni. Innanzitutto, dovrebbe essere ridotto al minimo il tempo dei bambini a vivere senza una famiglia. La legge di riforma delle adozioni approvata nel 2001 fu pensata per privilegiare il minore cercando di restituirlo al proprio nucleo d’origine. In teoria principi sacrosanti, ma in pratica il voler mantenere a tutti i costi i vincoli di sangue con la propria famiglia si è trasformato nel tempo in boomerang  per molti bambini. L’affidamento, infatti, è stato pensato dalla legge per aiutare le famiglie in temporanea difficoltà e aiutare i bambini ad essere sostenuti in comunità o famiglie. Ma l’inghippo sta proprio in quella misura “temporanea”, perché  l’affido per legge dura due anni ed è di volta in volta rinnovabile dal Tribunale per i minorenni e, addirittura, può essere prorogato di altri due anni. Chiaramente ci sono situazioni, in cui l’affido è realmente temporaneo ed è legato a una oggettiva difficoltà momentanea della famiglia, ma molto spesso purtroppo non è così. E alla fine il bambino, di proroga in proroga, vede così sfumare la sua infanzia senza la protezione e la garanzia di vivere accolto in una vera famiglia. Tre anni o quattro anni all’interno di una comunità, per quanto perfetta essa sia, rappresentano un tempo infinito e un inferno per il bambino. E così quando magari arriva il decreto di adottabilità, per molti è troppo tardi perché ormai hanno raggiunto i nove-dieci anni, o superato abbondantemente questa soglia e, quindi, sono diventati poco “attrattivi” per le famiglie che intendono adottare. Difficilmente, infatti, una coppia si sperimenta nell’adozione di un bambino già “adulto”.

La paura ad adottare i bimbi cresciuti

C’è paura, prevenzione e, soprattutto, mancanza di sostegno. E questa situazione rappresenta un altro problema perché non è affrontata dalle istituzioni. In Italia si fanno campagne di ogni genere tranne quelle per incoraggiare e sostenere le famiglie a dare un focolare domestico ai bambini cresciutelli adottabili. A tutto ciò si aggiunge il fatto che non ci sono agevolazioni finanziarie per sostenere chi vuole adottare, ma non ha i mezzi per poterlo fare. E così i numeri dei bimbi senza famiglia lievitano. E per rendersene conto basta saper leggere i dati ufficiali. Secondo le stime risalenti al 31 dicembre 2008, e pubblicate in questi giorni, sono più di trentamila i bambini che vivono fuori dalle proprie famiglie. Quindi c’è un buco di due anni. Al luglio 2011 non esistono dati aggiornati e già questo è un primo dato che la dice lunga sulla reale attenzione che si ha su questo fenomeno. Come in una commedia pirandelliana sono molti gli attori che entrano in campo, solo che a pagare sono quasi sempre i bambini. Le competenze sui minori vengono divise tra il ministero del Lavoro e delle Politiche sociali e il ministero della Giustizia. E, poi, a scendere ci sono il Dipartimento per la famiglia della Presidenza del Consiglio, le Regioni, le Province e i Comuni e quindi assistenti sociali, psicologi, magistrati e case famiglia. Una moltitudine di soggetti che rende quasi impossibile districarsi in questa babele e che difficilmente fa individuare le responsabilità su ritardi che si accumulano ai danni dei bambini.

Lo studio dell’Istituto degli Innocenti
Per  lo studio sui bambini fuori dalla famiglia d’origine, il ministero del Lavoro e delle politiche sociali si avvale dell’Istituto degli Innocenti nell’ambito dell’attività del Centro nazionale di documentazione e analisi per l’infanzia e l’adolescenza. Nell’ultimo quaderno, curato da Enrico Moretti, emerge che alla fine dicembre del 2008 gli affidamenti in corso, considerati nella sua accezione più ampia e comprensiva  di affidamenti a singoli, parenti e famiglie, ma anche più restrittiva di affidamento residenziale per almeno cinque notti a settimana sono 15.200. Più nello specifico, gli affidamenti familiari (intesi almeno come affidamenti per almeno cinque notti alla settimana), sono risultati 15.200, con un incremento notevole rispetto alla precedente rilevazione del 1999: si è passati infatti da 10.200 affidamenti ai 15mila attuali (+ 49%). Nei servizi residenziali invece vengono accolti 15.500 bambini e ragazzi: un numero stabile rispetto al 1999, quando erano 14.945. Il fenomeno dunque è in crescita, annota il curatore del monitoraggio Enrico Moretti, e coincide «in modo tendenzialmente esclusivo con l’incremento degli affidamenti familiari, nel quadro di sostanziale stabilità dell’accoglienza nei servizi residenziali». Va però tenuto presente che, pur a fronte di una crescente attenzione dei territori all’accoglienza dovuto anche all’entrata in vigore della legge che riforma il mondo delle adozioni del 2001, «molto resta da approfondire in merito alle modalità di risposta dei diversi territori» e al numero complessivo di bambini e ragazzi soggetti ad allontanamento: i dati al dicembre 2008 restituiscono «un’istantanea del fenomeno», che «in effetti coinvolge molti più bambini e ragazzi che possono rimanere anche per meno di un anno in affidamento o in una comunità». Non esiste, infatti, una stima corretta dell’entità complessiva dei minori coinvolti in un percorso di accoglienza anche breve. Moretti però ipotizza, grazie ad alcuni sistemi informativi regionali che raccolgono sistematicamente informazioni in merito, «che esistano almeno 1,8 bambini per ogni accoglienza, familiare o comunitaria, presente a fine anno, per un totale complessivo – ammettendo di estendere l’ipotesi all’intero territorio nazionale – di circa 57mila bambini e ragazzi». La tendenza generale, di forte crescita tra il 1999 e il 2007 (+ 64,7 per cento) e di ristagno fra il 2007 e il 2008 (- 9,5 per cento) viene spiegato considerando che «i dati della prima rilevazione, al 1999, sono precedenti alla promulgazione della legge sull’adozione del 2001, che ha promosso l’affidamento familiare come forma preferenziale di intervento nei confronti del minore temporaneamente privo di un ambiente familiare idoneo, legge che ha senz’altro dato un impulso alla pratica dell’affidamento familiare in particolare nei primi anni successivi all’entrata in vigore, con una sensibile crescita nel numero di affidamenti», a cui probabilmente sta seguendo una fase di perdita del vigore iniziale. Va comunque tenuto in considerazione che, aprendo lo sguardo al contesto europeo, per il periodo 2007-2008 l’Italia risulta il paese col più basso tasso di bambini e adolescenti fuori famiglia, sopravanzando anche paesi culturalmente avanzati nell’ambito dei diritti dei minori come Spagna (4,9 bambini e adolescenti ogni mille residenti della stessa età), Gran Bretagna (5,9), Francia (8,0), Germania (8,5).

L’indagine del ministero del Lavoro
Il ministero del Lavoro e delle politiche sociali a distanza di dieci anni dall’entrata in vigore della legge sull’adozione del 2001 ha avviato anche un’indagine campionaria nazionale, coinvolgendo centinaia di servizi sociali. Le linee d’analisi saranno riferite al 2010 e saranno due: una di tipo quantitativo su accoglienza nei servizi residenziali o nell’affidamento familiare; la seconda di tipo qualitativo sull’esperienza vissuta da bambini, famiglie e servizi, per approfondire e comprendere opinioni, le emozioni, i desideri, le aspirazioni e i pensieri di chi vive e opera nella realtà dell’allontanamento familiare.
Tutto ciò avrebbe avuto un significato più pregnante se fosse stato svolto annualmente per monitorare la funzionalità della nuova legge. E il ministero della Giustizia che cosa sta facendo? Allora sorge spontaneo chiedersi: quante sono e chi gestisce le case famiglia? E che fine ha fatto poi la tanto attesa banca dati sui minori che avrebbe dovuto mettere in contatto la “domanda con l’offerta”?
(1 – Continua)