Se fatti e dati non contano più nulla: sui referendum…

Piccoli esercizi di disinformazione. Metti un referendum, metti una discussione pubblica. Per capire, per informare. Per andare a votare consapevolmente e a ragion veduta, conformemente a una certa retorica sul valore taumaturgico dell’urna in questi giorni tanto in voga. Solo che poi gli stessi pasdaran della scheda elettorale, con tanto di frasi a effetto kennedyane, sono i primi a gettare un velo di opacità sulla discussione pubblica e sull’intera consultazione. E alla fine i campioni del dialogo e della democrazia cominciano a campare sulla falsità, sulla deformazione del reale. Sull’inganno. Il re continua a essere nudo, ma in tv se ne loda il vestito raffinato.
Chiedetelo a Oscar Giannino. Giornalista, economista, studioso, conduttore radiofonico, Giannino è quel commentatore che di tanto in tanto compare nei salotti televisivi armato di una barba vispa e folta d’altri tempi. Col suo look e la figura un po’ eccentrica da gentiluomo ottocentesco non passa inosservato, ma le sue argomentazioni hanno sempre la freddezza algida dei dati, dei fatti, dei numeri. Libertario – nel senso dei libertarian americani, non in quello di Lady Gaga –, ha un’impostazione economica liberista. Forse troppo. Ma è sicuramente uno che sa il fatto suo. È questo uno dei motivi per cui gli capita di frequente di essere invitato nei talk show. L’ultima volta è successo a Ballarò. Tema: i referendum. Giannino è nel comitato del “no”. Una scelta coraggiosa, posto che la gran parte di coloro che si oppongono al fronte del “sì” optano per l’astensione in funzione antiquorum. «Secondo la Costituzione – spiega il giornalista ai suoi ascoltatori su Radio 24, in cui ha una rubrica fissa – è pienamente legittima l’idea di non andare a votare. Ma io sono un radicale libertario e non perdo ogni occasione che mi viene offerta per esercitare la democrazia diretta». Proprio per questo (e per il fatto, dice, che «troppo spesso lo Stato si permette di decidere al posto nostro»), Giannino annuncia la sua scelta di votare tre “no” e un “sì”, quest’ultimo relartivo al legittimo impedimento.
Ma dicevamo di Ballarò. Giannino è posto faccia a faccia con il presidente dei Verdi Angelo Bonelli, che invece rappresenta i sostenitori del “sì” ai quesiti su acqua e nucleare. Il giornalista snocciola dati. I quali, indifferenti al politically correct, parlano di una percentuale di morti a causa dell’energia legata agli idrocarburi molto, molto superiore a quella dovuta all’energia nucleare. Bonelli contrattacca: «Quando si parla di morte non giochiamo con i numeri». Ma che c’entra? Ma che vuol dire? Giannino non ci sta: «Con i numeri giocate voi, cari demagoghi, io ho troppo rispetto per i numeri». Poi si passa all’acqua. Floris mostra la schermata che illustra sinteticamente il contenuto del quesito della “scheda rossa”. Il testo riportato è il seguente: “Abrogazione di norme che obbligano l’affidamento del controllo della gestione dei servizi pubblici locali a operatori privati (acqua, trasporti locali, rifiuti)”. Giannino ruggisce: «Quello che c’è scritto in quel cartello è falso. Il referendum non è affatto contro una norma che obbliga l’affidamento dei servizi pubblici a operatori privati. Mi pare un buon esempio di mistificazione». Per l’economista, infatti, la scheda rossa propone di abolire una norma che obbliga alla gara pubblica. Alla gara, non all’ingresso dei privati. In un meccanismo che conserva comunque e sempre il controllo generale al settore pubblico. «La gara pubblica – spiega Giannino – rende possibile capire a quali condizioni viene affidato il servizio e in cambio di che cosa». Floris, però, appare a disagio.
Si fa portare il testo della legge, lo sventola davanti alla telecamera ma non ne legge il contenuto. Poi dice alla regia: «Abbassiamo Giannino, parla Bonelli». Insomma, la riflessione nel merito, sui dati, sui fatti, è proibita. C’è poco da fare. Giannino si è poi sfogato in radio. Ieri ha raccontato ai suoi  ascoltatori dell’episodio televisivo, parlando più in generale dei referendum. Qualcuno lo sfotte: «Se davvero vai a votare diventi il beniamino della sinistra». Lui non ci sta: «Non mi interessa il ragionamento sull’essere beniamino di chi o di cosa», quel che conta è «affrontare nel merito un dibattito serio». Per Giannino «ridurre ogni questione di merito a “chi si fa il favore” rimanda a una concezione tribale, arcaica, da Anfiteatro flavio della politica italiana». La democrazia, dice, «è poter parlare dei fatti distinguendoli dalle opinioni». Perfetto. Cristallino. Cosa si può obiettare a un ragionamento del genere? Tale Lucio, che chiama da Verona, qualche argomento in contrario lo trova: parla degli«sprechi» e delle «guerre» volute da «quei privati che hanno in mano le cliniche Santa Chiara che operavano i polmoni per far soldi». Che c’entra la clinica degli orrori con i referendum? Nulla, ma tant’è. Arrivano gli sms in studio: «Che marea di cazzate stai dicendo, vai a respirare un po’ di amianto». Oppure: «Sei come Brunetta il nano, dite solo stronzate». Giovanni da Torino al ritorno al nucleare proprio non ci sta: «In Giappone le centrali al primo tsunami sono andate in tilt…». Il primo tsunami… Giova ricordare che il terremoto che ha colpito il Giappone (9 gradi della Scala Richter) è stato il più potente sisma mai misurato in Giappone e il quinto di sempre. Il sisma ha causato lo spostamento dell’asse terrestre di circa 17 centimetri e spostato le coste del paese di 4 metri verso Est. I morti sono stati 13.000. Migliaia i dispersi. Nella città di Miyako, presso la prefettura di Iwate, si sono registrate onde alte 38,9 metri. Ma questi sono fatti. Semplici fatti. Per la macchina della disinformazione contano poco. In fondo era solo il primo tsunami passato di lì per caso…