Quando il Msi tentò la strada istituzionale

Raramente un  libro di storia di un limitato periodo, addirittura di un limitato avvenimento, frutto di una tesi di laurea, seppur ottima, assume un valore fondamentale per un progetto politico che, lungo oltre un sessantennio di evoluzioni, può avere attualmente forti ripercussioni e prospettive. Tuttavia nel leggere il volume di Jacopo Cellai, Genova, cinquant’anni dopo (Sassocritto Editore, Firenze 2010), ci si trova proprio di fronte a un testo che certamente, se da una parte costituisce una fonte imprescindibile per lo storico, dall’altra deve essere una necessaria materia di riflessione da parte di chi opera oggi e nell’immediato futuro sulla scena politica italiana. Piace anzitutto che il libro sia stato scritto da un giovane – Jacopo Cellai è del 1981 –  laureatosi brillantemente in Storia contemporanea al “Cesare Alfieri” e che svolge attività politica militante, prima in Alleanza nazionale come consigliere comunale nel capoluogo toscano e ora come vicepresidente vicario del Consiglio comunale di Firenze. La tesi del libro sta nel sottotitolo stesso: il mancato inserimento del Msi nella dialettica democratica dei partiti a seguito dell’artificiale, ma violenta reazione – la mobilitazione armata comunista con la connivenza democristiana – allo svolgimento del congresso missino a Genova nel 1960. Si tratta di una tesi documentata sia nell’individuare colpe e responsabilità, sia nel descrivere come quell’inserimento non fosse abdicazione al proprio progetto politico. Anzi che fosse invece una proposta moderna e consapevole, ma da  realizzarsi attraverso il consenso nel confronto con altre proposte concorrenti. Ovviamente non si può, in una semplice recensione, esaminare tutti i punti essenziali del volume ma si deve però far riferimento al fatto che Cellai – oltre a descrivere i rapporti fra i vertici del Msi e quelli del governo Tambroni e della Democrazia cristiana circa l’agibilità per lo svolgimento congressuale – fa riferimento ai documenti missini preparatori del congresso e soprattutto al testo della mozione, unitaria di tutti gli indirizzi interni del Msi, dal titolo significativo “Inserirsi per rinnovare”. Si trattava per il Msi chiaramente di voler rinnovare lo Stato, non dunque soltanto di entrare nel gioco delle forze volte a conservare un sistema di semplice dialettica parlamentare, o, peggio, di mere schermaglie fra protagonisti, spesso portatori di interessi particolari (che non si assumono direttamente responsabilità politiche); insomma, per il Msi si trattava di affrontare l’offensiva comunista proponendo un forte sentimento nazionale antiregionalista e antiremissivo con l’allora pressione antinazionale in Alto Adige e da parte dello sciovinismo slavo. Si trattava, in materia di politica economica e sociale, di dare concreta attuazione – cosa peraltro mai più avvenuta o mal attuata dai governi poi succedutisi – ai principi contenuti negli articoli 39 e 40 della Costituzione, nonché a programmare “una feconda collaborazione tra l’iniziativa individuale e quella pubblica” (quella che oggi – dice Cellai – «si chiamerebbe principio di sussidiarietà»). Si trattava, ancora, per il Msi di chiedere il rafforzamento dell’Europa, la riunificazione della Germania, il ripristino della funzione italiana di “ponte” fra l’Europa e l’Africa e il diritto di voto per gli italiani all’estero. Insomma si trattava di un programma organico e ben caratterizzante che proponeva soluzioni e indirizzi di forte validità anche per il futuro. Era un programma tipico di una forza protesa a proporsi come forza di governo. Addirittura con l’ambizione di essere traente di altre forze politiche secondo questi intendimenti. Logico quindi che tale tipo di protagonismo, certamente democratico e certamente legalitario, fosse visto come nemico dalle forze marxiste e come pericoloso concorrente dalla forze democristiane e della vecchia coalizione antifascista dell’“arco costituzionale”. Il libro, forse, può essere criticato perché ha subìto talune interpretazioni circa il periodo di formazione del Msi che hanno preferito far riferimento non a tutte le fonti e non a tutti i protagonisti. Da qui potrebbe essere derivato uno sbilanciamento nell’individuare la costante linea di fondo dell’ideologia missina. Per esempio nel primo quindicennio di vita, essenziali per la formazione della giovane classe dirigente furono gli indirizzi  politico culturali derivanti da Augusto  De Marsanich e da Diano Brocchi, da Ernesto Massi e da Gian Luigi Gatti (per esempio i Corsi di formazione politico- sindacale degli anni ’50 (S. Genesio) e l’introduzione nelle attività produttive  dei Nuclei aziendali di azione sociale, dai quali derivò anche la Cisnal. Basti pensare alla forte accentuazione globale nazionale ed interclassista  della mobilitazione giovanile che sta nel nome di “Raggruppamento Nazionale Studenti e Lavoratori” o alla ispirazione mazziniana  alla base dell’intitolazione della “Giovane Italia”, ambedue  attribuiti appunto  alle organizzazioni giovanili missine. Pensiero e azione condivisi ampiamente, pur nelle diverse accentuazioni, da Michelini a Erra, da Romualdi a Tripodi, da Roberti a De Marzio, tanto per citare alcuni dei protagonisti di quell’epoca. Così pure devono essere ricordate le posizioni di esponenti, dotati di forte preparazione e di nobile impegno, della generazione più giovane come i Finardi e i Tedeschi, i De Boccard e i Perina, i Ciammaruconi  e tanti altri affiancati da intellettuali vivaci ed acuti come Beppe Niccolai. Ma, ripeto, talune sfaccettature e angolazioni sono dovute alle inevitabili influenze storiografiche di autori, pur autorevoli, che hanno privilegiato ai fini di successive giustificazioni di contingenti posizioni politiche, determinati aspetti piuttosto che altri. Il che non indebolisce affatto la struttura portante del lavoro di Cellai. Il quale conferma come l’evoluzione del progetto missino fu in sostanza caratterizzato dal forte marchio identitario impresso da Giorgio Almirante, il quale  riuscì ad unificare gli indirizzi delle energie polivalenti fortemente espresse dal  partito  aggregando, nella politica del Msi-Dn, anche forze e idee provenienti da altri lidi, ma pur sempre nel nome di una ripresa di orgoglio nazionale e di una politica sociale di avanguardia e di partecipazione e, in ogni caso, ad opera di un movimento che voleva porsi come protagonista e non succube o succedaneo. Quello che rende  estremamente utile la lettura del libro di Cellai sta, inoltre, nella  parte iniziale che si avvale di preziosi interventi di alto livello storiografico e interpretativo. Anzitutto l’ottima prefazione di Altero Matteoli, che fa perno sul passaggio del Msi da una condizione di mera testimonianza del passato  a una forza che fosse capace di incidere nella vita del Paese. Vi è, poi, un ricordo di Franco Servello dal titolo “Sono passati cinquant’anni, ma ricordo tutto come fosse oggi”, testimonianza illuminante di fatti da non dimenticare e di misfatti da attribuire a precise responsabilità. È questo un intervento significativo da parte di chi fu per lungo tempo ai vertici del partito e che condivise con Almirante, quale suo vice, una politica che fu lungimirante finchè non subì disennate iniziative da parte di successori inadeguati. Di Servello conforta la lucidità e l’importanza per la storia futura e per l’avvenire identitario  di questo scritto di chi fu, appunto,un dei massimi esponenti del Msi, dal Msi-Dn e di An. Pure va letto con attenzione l’intervento di Enrico Nistri, ulteriormente interprete dei fatti narrati dal libro di Jacopo Cellai e nello stesso tempo prezioso  consigliere per l’autore. Il libro è ulteriormente preceduto da  altri due  scritti : una utilissima “Testimonianza in diretta”  di Luciano Garibaldi  che seguì la vicenda di  Genova “dal di dentro” e una acuta valutazione-ricordo di Franco Cardini dal titolo  “Giugno-Luglio 1960. Un ricordo”. Cardini rinvanga la sua milizia giovanile, i suoi ideali comprendenti la frequentazione dell’’Azione cattolica” e della “Giovane Italia”. E soprattutto le esigenze di un giovane in cerca di “verità assolute”, ma già culturalmente attrezzato per concepire un progetto futuro. «Sentivo – scrive Cardini – che il mondo diviso in due dalla Cortina di Ferro mi stava stretto, ch’era necessario trovare una “terza via”, che quella liberale e occidentale non era un’oppressione minore di quella orientale e comunista per quanto si presentasse in modo diverso». Commovente  da parte di Cardini il ricordo di Valerio De Sanctis e di Albertina Bani. Naturalmente, per chi conosce Cardini, non meraviglia la conclusione del suo scritto: la sua successiva estraneazione dall’attività politica missina derivò dalla convinzione che, o il movimento avrebbe preso una strada rivoluzionaria, oppure, nel tentativo di adeguamento partitocratico, si sarebbe suicidato. Alla distanza potremmo dire che  il discorso resta invece aperto e che le rivoluzioni, se si vuole, si possono compiere anche per via democratica.